Garibaldi al Fortino

«Dopo una cavalcata che durò più che un’intera notte, Garibaldi discendeva la mattina del 3 Settembre con sei compagni, fra i quali era anch’io, dal monte al lido di Maratea.

Di là, trovata una barcaccia, ci indirizzammo con due remiganti e costeggiando a Sapri.

Erano su quella spiaggia accampati in buon numero alcuni dei corpi di volontarii della legione da me preparata per invadere lo stato pontificio, alla quale, bramosa di misurarsi colmarmi senza esserci sino allora riuscita, procurai con ogni sforzo di affrettare sul cammino di Napoli l’incontro col nemico, intanto che gli altri corpi a marce forzate venivano verso la capitale dalle estreme Calabrie.

Quante volte scherzando, io avevo detto ai compagni della lunga notturna cavalcata:
“Eccoci in sette cavalieri, con sette muli, all’impresa di conquistare un regno !”

E quando eravamo stretti nella barca che vogava per Sapri, mentre Garibaldi stava sdraiato a prora e coperto della vela per difesa dal sole, che ci cuoceva, dicevamo fra noi: chi mai supporrebbe che là, additando il Generale, sta accovacciato, quasi fosse un fuggente, chi porta in sé il futuro destino dell’Unità d’Italia ?!

Ed andavamo, ciascuno alla nostra volta e secondo i proprii sogni e proprii piani, quasi fissando fra noi il giorno della vittoria nostra finale contro il Borbone.

Nessuno di noi l’avrebbe sperata così facile e vicina ! Da Sapri, l’indomani, martedì 4 settembre alle 5 di mattina, coll’istesso gruppo di compagni, più qualcuno del luogo, seguiva anch’io Garibaldi a cavallo per una stretta vallata che i volontarii già in cammino facevano tutta echeggiare degli evviva al loro duce e di patriottiche canzoni.

In quelle valli echeggiarono tre anni prima i colpi di fucile che disperdevano gli arditi precursori del nostro giorno, guidati da Pisacane.

Giunti, salendo ad un piccolo gruppo di case che si chiama Fortino, e si trova sulla strada che da Lagonegro per Casalbono mette a Sala, vi trovammo alcuni amici politici, inviati dalle provincie vicine, che venivano a dare informazioni ed aiuti al Generale Garibaldi.

Là ci aveva altresì raggiunto, per altra via, il tenente di vascello della marina sarda signor Piolo, innalzato da Garibaldi al maggior grado di comando nella marina Siciliana. Devoto, come era naturale e doveroso in lui, al governo di Torino e specialmente al suo primo ministro, egli veniva da Palermo, inviato dal Depretis a sollecitare presso Garibaldi la pronta annessione della Sicilia, come il La Farina nella sua lettera citata accertava che sarebbe all’epoca da lui fissata, avvenuto.

Eravamo affamati —occupammo la sola stanza disponibile dell’unica osteria. Un assito sulla sinistra dell’ingresso con un uscio nel mezzo, spartiva in due la stanza.

Al di qua, sovra un tavolo contro l’uscita veniva recato allora allora fumante un capretto cotto allo spiedo. Io attendevo i compagni al sospirato pasto; ma ben d’altro si occupavano eglino in quei momenti. Piola aveva rivelato ai più influenti il proprio incarico e gli venne agevolmente fatto di impegnarli in suo aiuto.

M’accorsi bensì di qualche imbroglio, ma più di esso in me poté il digiuno, e mi posi intorno al capretto. Dopo poco vidi entrare Garibaldi, seguito del suo compagno e segretario privato Basso, e dal Comandante Piola, passare al di là dell’assito, e rinchiudersi dietro la porta. Rispettai la tacita consegna e seguitava a mangiare: ma, scorsi pochi istanti, entrò anche Türr1, del cui intervento non compresi la necessità, poscia sopraggiunse ed entrò Cosenz. Allora mi avvidi che poteva entrare anch’io, quantunque non rivestito di alcun carattere ufficiale.

Era tempo.

Ho ancora davanti agli occhi quella stanzuccia e il posto occupato dalle cinque persone che ebbero parte nella scena interessante che descrivo.

Appena al di là del piccolo uscio a diritta stava seduto Garibaldi su di una rustica sedia, al suo fianco destro Türr, alla estremità sinistra della camera, in piedi, appoggiato ad un letto stava Cosenz. Rimpetto a Garibaldi, seduto ad un tavolo, colla penna alla mano, e sospesa, come chi aspetta la dettatura, Basso. Al suo fianco e proprio in faccia a Garibaldi ed in piedi Piola.

Io mi posi all’estremità destra della camera sotto una finestra, e ritto.

Il discorso durava da pochi minuti quand’io entrai con qualche sorpresa dei presenti.

Garibaldi sempre sereno e tanto più quando crede far atto di compiacenza, disse forte: Basso scrivete, e dettò: Caro Depretis, fate l’annessione quando volete. La gran parola era slanciata.

Forse io feci allora un movimento involontario di sorpresa, giacché mi sentii montare rapido e bollente il sangue al capo; e gli occhi di tutti gli astanti si rivolsero, per rapido intuito su di me. Compresi l’importanza del momento.

Garibaldi stesso, quasi istintivamente sospese di dettare, e mi fissò con quello sguardo suo penetrante che rammenta ed interroga.

Io mi ricomposi tosto, mostrando la minore sorpresa e la minore commozione che per me si poteva, e dissi con calma a Garibaldi, che fissai io pure negli occhi:

Generale, Voi abdicate.

Ed Egli: come mai ?

Voi, proseguii, tagliate i nervi alla rivoluzione italiana, rinunziate al compimento del vostro programma. La Sicilia è una gran forza per voi, ed oggi tanto maggiore che non siete ancora in Napoli.

Egli mi guardava, sempre sospeso come Basso colla penna in mano.

Capì a volo, e soggiunse:

Mi dicono questi amici, additando, Türr, Cosenz e Piola, che così vuole la Sicilia, che le mancano i denari, che dall’Isola non vengono sufficienti volontarii, né addestrati alle armi, che avremo altri e più efficaci soccorsi dal governo di Torino.

E Türr principalmente e gli altri facevano col capo segni di assenso.

Io replicai: I vostri picciotti (militi Siciliani) vi seguirono fiduciosi in ogni impresa nell’Isola, e non vi abbandoneranno mai dovunque andiate combattendo per la libertà della patria.

La Sicilia sostenne le spese della guerra finora coi soli denari Siciliani. Nelle casse di Messina stanno a vostra disposizione, ora che parliamo, centinaia di migliaia di piastre. Lasciai tre giorni or sono sulla via di Cosenza l’intendente generale Acerbi che conducea seco parecchi convogli di denaro, ci inoltriamo in provincie ricche, in rivolta, in entusiasmo per i vostri successi, e voi temete di rimanere sprovveduto di denari e di armati? Cercate altrove, o generale, e ben lontano di qui, i motivi pei quali vi si vuole strappar di mano la Sicilia.

Il generale si capacitò rapidamente della evidenza delle mie ragioni; oppose qualche parola alle insistenze di Türr; proferì dei nomi che allora gli apparvero quali suoi inconciliabili avversarii; e scosso il capo gridò a me: Avete ragione, e rivoltosi a Basso, che stava sempre colla penna sospesa, soggiunge: Basso stracciate la lettera.

E poi con calma riprese a dettare: Caro Depretis, per l’annessione parmi che Bonaparte possa ancora aspettare alquanti giorni. Sbarazzateci intanto di mezza dozzina d’inquieti, e cominciate dai due C…..

E la scena finì.

Garibaldi sì levò. L’ambasciatore di Depretis e il suo patrocinatore Ungherese uscendo dalla stanza e passandomi accosto, non mi guardarono soddisfatti e benigni.

Io rimasi per poco solo nella cameretta con Garibaldi.

Aveva compiuto ciò che credei mio dovere allora, e non ricordo se rimanessi solo anche a mangiare il capretto allo spiedo.

Poco dopo si partì.

Piola si rivolse a mezzogiorno, e noi già rifatti allegri, ci siamo rimessi in carrozza diretti a Casalnuovo.»

Agostino Bertani

Agostino Bertani (Milano, 19 ottobre 1812 – Roma, 10 aprile 1886). Fu uno degli organizzatori delle Cinque giornate di Milano (1848). Da allora partecipò attivamente come medico alle guerre d’indipendenza.  Nel 1849 a Roma per la Repubblica romana, cura Goffredo Mameli, ferito alla gamba. Deputato del Regno di Sardegna, restò fedele ai suoi principi repubblicani. Nel 1859 manifestò il suo appoggio al governo sabaudo. Partecipò alla Seconda guerra d’indipendenza come ufficiale medico dei garibaldini. Nel 1860 organizzò la spedizione dei Mille e mentre Garibaldi combatteva in Sicilia lui rimasto a Genova organizzava nuove spedizioni di uomini e di mezzi per  i garibaldini. Giunto in Sicilia con Garibaldi il 12 agosto, a bordo del “Washington”, navigarono verso la Sardegna, dove al Golfo degli Aranci erano pronti novemila volontari pronti ad invadere lo Stato pontificio. Ma giunti nel Golfo degli Aranci ebbero la sorpresa che  parte dei volontari erano già in rotta per Palermo. Fu segretario generale a Napoli e controfirmava i decreti del dittatore Garibaldi. Inviso a Cavour e ai generali garibaldini. Fu sostituito, da Pallavicino. Nel 1861 fu eletto al Parlamento del Regno d’Italia. Fondatore del Partito radicale storico, sedette nei banchi della Sinistra storica. Fu responsabile del servizio medico nei Cacciatori delle Alpi nel 1866. Combatté a Mentana del 1867.

Decreto 1° Settembre 1860 – Costruzione della Ferrovia ____________________ Al Popolo – dal Corriere Lucano del 4 settembre 1860

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