Potenza vista da Francois Lenormant

Italia unita 1866

Francois Lenormant che nel 1866 viaggia per la prima volta in Italia per studiare il patrimonio artistico della Puglia e della Basilicata, successivamente tornerà nel 1879 e poi nel 1882, ha descritto alcune cittadine della Basilicata nelle Sue opere.-
In particolare, la singolarità del suo scrivere, per la Città di Potenza, si evidenzia nell’inserire i costumi, allora contemporanei, in dense pagine di storia che, modellate come un semplice racconto, rendono la lettura particolarmente invitante.-

Lui, un archeologo erudito, tra i più tenaci e attenti viaggiatori nel sud d’Italia della seconda metà dell’Ottocento, restituisce al lettore un paese carico di memorie perdute, ma soprattutto di una bellezza selvaggia.-
Immaginare il Mezzogiorno di oggi attraverso le sue descrizioni ci riporta al fascino di un luogo vicino e remoto ricco di personaggi tutt’ora attuali.-

Sarà piacevole leggere le pagine da lui spese per la città di POTENZA:
“La città, capoluogo di provincia, che conta 19.000 abitanti, è posta a 1.200 metri d’altezza, sulla cima di un’altura, tondeggiante e scoscesa, dominata da ogni lato da montagne elevate. A sud, là dove la città si distende lungo la parete scoscesa verso la valle dell’alto Basento, sul cui fondo si trova la stazione ferroviaria, appare un panorama pittoresco e stupendo, ma dì aspetto triste e primitivo. Il fiume, che sfocia in mare nei pressi di Metaponto, è qui molto vicino alla sua sorgente, nascendo dal monte Arioso, pochi chilometri sopra Potenza. Questo monte, posto a sud della città, appartiene al massiccio dei Monti della Maddalena, il gruppo montuoso più alto dell’Appennino lucano; rimane coperto di neve sino alia metà del mese di maggio.
La città non ha nulla dì monumentale. Non si incontra un solo edificio che colpisca l’attenzione. Dinanzi alla prefettura c’è una piazza piuttosto ampia; ma l’arteria principale consiste in una strada lunga e tortuosa dove a stento passano due vetture che si incrociano. Le case che la fiancheggiano, tutte imbiancate a calce, sono poco alte, con la facciata adorna di balconi, bombati alla spagnola, in ferro battuto, alcuni dei quali sono notevoli esempi dell’arte del ferro nel XVII secolo. Questa strada è il forum di Potenza.-
Tutta la giornata pullula di gente che lascia scorrere il tempo bighellonando o parlando di affari e discutendo animatamente della politica del giorno. Dalla curiosità che uno straniero suscita al suo passaggio, è facile arguire che se ne vedano pochi in questi luoghi.-
Per un viaggiatore che arriva da Napoli, Potenza appare come un buco di provincia, arretrato, volgare e morto; per chi, invece, vi deve trascorrere alcuni giorni dopo aver visitato le piccole località della Basilicata e le sue campagne deserte, l’impressione è del tutto diversa.-
Qui gli sembra di ritrovare la vita e il mondo civile.- Nel rivedere l’illuminazione a gas, un grande teatro, caffè sfolgoranti di luci, negozi ben assortiti – di cui cinque o sei con vetrine moderne ed uno appartenente ad una modista francese – crede di ritornare in un’altra parte di mondo diversa da quella che ha lasciata.-
Per quanto mi concerne, il ricordo più vivo che questa città mi ha lascialo è la soddisfazione che ho provato nel trovarvi un vero albergo con bei letti e camere pulite, e soprattutto una trattoria gestita da un milanese, dove si serve la buona cucina dell’Italia settentrionale.-
Non vorrei darmi l’aria di gastronomo soffermandomi su “le cose di gola”, come dicevano i nostri padri.- Tuttavia, il problema dell’alimentazione, in certe condizioni di viaggio, finisce per diventare una preoccupazione assillante, ed ha un ruolo importante nella vita di un paese.- Chi è delicato sotto questo aspetto non deve avventurarsi nelle estreme province dell’Italia meridionale, in Basilicata o in Calabria; ne soffrirebbe troppo.- Qui, tranne in qualche città di una certa importanza, raramente si riesce a trovare carne macellata, e quando per caso la si trova, è immangiabile.- Per il resto, si è condannali a consumare carne di pollo in eterno.- E che polli! Animali spaventosi, dall’aspetto misero e sofferente, con grandi zampe gialle, ai quali non si dà mai un solo pugno di grano e che cercano di sopravvivere frugando tra i rifiuti.- Da ciò deriva la loro magrezza, senza contare gli insetti che li divorano a tal punto che spesso le loro piume sì accartocciano come se fossero colpite da una malattia della pelle.- In genere, si ammazzano al momento di cuocerli dato che la loro carne è coriacea, tanto son magri.-
Quanto al modo di prepararli, farebbe drizzare i capelli a un gastronomo.- Eccone, per esempio, uno dei più frequenti in Basilicata. Il pollo, una volta sgozzato, lo si sventra e lo si taglia a pezzi; poi si prendono le budella, si tritano con cipolla e pomodori e si fa soffriggere il tutto in una padella, dove si mettono infine a rosolare i pezzi dell’animale.-
Peggio ancora se vi sì vuol fare una buona accoglienza ed offrirvi un boccone raffinato.- La gente di questi paesi deve avere il palato e lo stomaco diversi dai nostri, perché si diletta con combinazioni di gusti che ai tedeschi forse non dispiacerebbero, ma che a noi sembrano barbare e ripugnanti.- Ma, dal punto di vista dell’archeologia, questa cucina si rivela molto interessante, essendo la stessa praticata dagli antichi. Le ricette di Apicio, se fossero applicate, darebbero esattamente questi risultati, queste combinazioni di sapori che, per noi, sono inammissibili.- Una sera, trovandomi in una casa dove fui ricevuto con grande ospitalità, mentre si premuravano a farmi festa, vidi sulla tavola un magnifico pasticcio la cui superficie era coperta da uno strato di zucchero sul quale, in onore dell’ospite straniero, erano state disegnate, con confettini dì vari colori, le sue iniziali tra una bandiera francese e una bandiera italiana.-
Ne prendo un pezzo, ma come lo porto in bocca mi fermo, e debbo fare uno sforzo eroico di buone maniere per mangiarne due o tre bocconi senza troppe smorfie. Era un pasticcio di prosciutto, di uova sode, di mandorle, di cetriolini sott’aceto e di frutta candita: il tutto condito con zucchero e formaggio forte.- Potrei elencare così, ad istruzione delle massaie, un buon numero di ricette di questo tenore, da inserire ugualmente nel libro della cucina da evitare. Un posto d’onore lo darei alla lepre alla mousse di cioccolata con piccoli dadi di prosciutto e pinoli, alla minestra in brodo, dove sì mettono dei biscotti zuccherati, infine alla salsa fatta di sottaceti, di mostarda, di zucchero, di menta e di balsamo come contorno al pollo arrostito.-
Quando per vari giorni si fa uso solo di questa cucina tipicamente locale, si prova un vero sollievo nel trovarsi davanti la cucina della trattoria dì Potenza.- Camminando per le strade di questa città, non si può fare a meno di notare il gran numero di mutilati.-
E’ il risultato del terremoto del 16 dicembre 1857, il più recente e il più tremendo che si sia visto da diversi secoli in questa provincia, dove tale flagello si ripete quasi periodicamente.- Nella sola città di Potenza, a causa del disastro, i chirurghi dovettero praticare quattromila amputazioni, più di quante se ne facciano dopo una grande battaglia.- Il terremoto, di tre scosse ondulatorie successive (la seconda fu la più violenta), produsse nella maggior parte della Basilicata distruzioni pari a quelle del terremoto del 1783 in Calabria.- Vi perirono all’istante trentaduemila persone schiacciate sotto le rovine, senza contare quelle che subirono poi le conseguenze delle ferite, della fame e del freddo (il numero di questi ultimi lo si può desumere esaminando i dati ufficiali relativi alla circoscrizione di Sala).-
Le vittime della scossa erano state tredicimiladuecetotrenta; quelle dei postumi della catastrofe nei tre mesi successivi ammontano a ventisettemilacentocinquanta.- Una linea retta che va dal Vulture allo Stromboli determina esattamente i punti di maggiore intensità del fenomeno.- In effetti è su questa traiettoria che si trovano, oltre Potenza, Saponara e Sapri, che furono terribilmente colpite, i paesini della Valle di Teggiano, Auletta, Atena, Sala, Padula, che furono completamente distrutti dalle fondamenta, non una sola casa rimanendo in piedi.- A destra e a sinistra di questa linea, la scossa fu molto meno sensibile e andò attenuandosi man mano che si allontanava dalla traiettoria centrale.- Essa fu tuttavia maggiormente avvertita ad ovest che ad est, specialmente nella zona del Vesuvio.-
Il terremoto del 1857, con quello del 1694, è il più violento di cui si abbia memoria in Basilicata, dopo quello del 1273, del quale si trovano preziosi riferimenti nei Regesta di Carlo d’Angiò.- Ma la storia di Potenza è fatta in gran parte di catastrofi più o meno gravi della stessa natura.- Ci si stupisce in effetti come mai la gente continui ad abitare una città di siffatte caratteristiche, e così spesso sconvolta.- Di conseguenza non ci si illuda di trovare monumenti antichi.- In effetti è così.- La cattedrale, allo stato attuale, è un edificio della fine del XVIII secolo, costruita da Antonio Magri, uno dei migliori allievi di Vanvitelli.- Ha rimpiazzato un’altra chiesa la cui parte anteriore fu costruita nel 1200 per volere del vescovo Bartolomeo, e il cui coro fu innalzato nel 1317, a forma ogivale, dall’architetto Alberto, durante l’episcopato di Guglielmo.- La cattedrale è dedicata a San Gerardo di Piacenza, vescovo di Potenza nel 1111, da quando, nel 1250, dopo la canonizzazione, il suo successore Oberto ne aveva voluto la traslazione delle reliquie (prima la cattedrale era dedicata all’Assunzione).-
L’antico convento dei Francescani, la cui fondazione risale alle origini dell’ordine ed è opera di seguaci di San Francesco, non presenta, nella sua forma attuale, nulla di anteriore alla fine del XVI secolo.- Vi si trova solo un’antica iscrizione del XII secolo, che menziona la costruzione, avvenuta nel 1180, di una chiesa di San Giovanni, a spese di un generoso cittadino di nome Roberto e di sua moglie Palma.- Il chiostro è adorno di affreschi mediocri, eseguiti nel 1609 da Giovanni di Gregorio, soprannominato “il Pietrafesa”.- Nella chiesa dell’antico convento dei Minori Riformati, fondato nel 1488, si vede un quadro su legno, attribuito a quell’Antonio Solario, soprannominato lo Zingaro, il quale dipingeva agli inizi del XV secolo.-
Di edifici che vantano alcuni secoli di vita, si potrebbe citare a Potenza il Municipio, che è una costruzione di epoca angioina, ma fortemente snaturata, un antico palazzo privato, e le due piccole chiese della Santa Trinità e di San Michele.- Queste ultime non sono state visitate né dallo Schulz né da alcuno di quelli che sinora hanno parlato dei monumenti dell’Italia meridionale.- Sono edifici dell’XI secolo, di una semplicità rustica.- La loro navata è adorna di pilastri squadrati in pietra, sormontati da capitelli prismatici.- Malgrado la loro nudità e il loro scarso valore artistico, queste due chiese hanno una grande importanza per la storia locale.-
Potenza è la Potentia degli antichi.- Ma qui non si trova alcuna traccia della sua esistenza al tempo in cui la Lucania era indipendente, e ci sono forti probabilità ch’essa risalga al periodo romano, quando la città si sarebbe naturalmente formata all’intersezione di due strade importanti che conducevano, l’una dall’Apulia verso il Brutium, l’altra da Salerno a Taranto (detta anche ‘della Campania’ nel tratto che allora si chiamava Calabria) attraversando la Lucania nelle due direzioni che sì intersecano ad angolo retto.- Potentia del resto non è menzionata che di sfuggita nelle citazioni geografiche.- I testi letterari non ci dicono nulla che la riguardi; solo le iscrizioni hanno mostrato che al tempo dell’impero era un municipio molto importante, la più ragguardevole e la più fiorente, con Grumentum (presso Saponara), tra le città all’interno della Lucania.- Ma la Potentia romana non occupava ìl sito della Potenza d’oggi.- Essa era giù nella valle del Basento, nella località detta La  Murata, nei pressi della stazione ferroviaria e dall’altra parte del fiume.- Il sito, da lungo tempo individuato, non presenta in superficie se non qualche avanzo di muratura romana; ma tutte le volte che si scava si portano alla luce resti antichi.-
Di qui provengono tutte le epigrafi latine che sì vedono nella Potenza moderna dove sono state portate in epoche diverse.- La differenza di sito della Potentia antica e della Potenza moderna è incontestabile per chiunque abbia visitato questi luoghi e, ormai, non si dovrebbe avere al riguardo il minimo dubbio.- E questo dovrebbe invalidare, a mio avviso, quelle conclusioni che generalmente hanno fatto capo, sulla scia del signor Mommsen, ad un particolare male interpretato da certi studiosi locali.- Un tempo esisteva nella città una cappella dedicata a Santo Stefano, nel punto dove oggi sorge una farmacia.- Nel periodo in cui fu consacrata al culto, allevatori, mercanti e conduttori di animali da soma, sia di Potenza che dei dintorni, avevano l’abitudine di far fare attorno ad essa, più volte, il giro ai loro cavalli, asini e muli nel giorno della festa del santo, che era anche il loro patrono. In questa chiesa si vedeva, una quarantina d’anni fa, un’epigrafe latina in onore di un certo T. Melius Potitus, di diciotto anni, della corporazione dei mulattieri e asinai, Collegium mulionum et asìnariorum.- Viggiano, nelle sue Memorie di Potenza, sostiene che la suddetta epigrafe sia stata trovata sullo stesso luogo.- Mommsen, di conseguenza, ha concluso che la cappella sorgeva nel sito del santuario della corporazione della città romana, e che il rito tradizionale praticato dai mulattieri e dagli asinai moderni era la continuazione ininterrotta di quello praticalo dagli antichi in onore di qualche divinità protettrice delle scuderie e degli animali da soma, come Epona.- Da allora si cita sempre questo esempio come uno dei più significativi.-
Io non oserei smentirlo in maniera categorica, perché la cappella del “Collegium” di Potentia poteva essere fuori della città e a breve distanza, sulla montagna.- Ma faccio notare, soprattutto, che, trattandosi di epigrafe funeraria posta su di una tomba, è assai poco probabile che sia stata trovata nelle vicinanze del santuario della corporazione e che sia stata conservata per indicarne il sito.- Anzi l’averla trovata in questo preciso luogo è molto problematico; non si può accettare a tal riguardo l’affermazione di Vìggiano se non con riserva e con il beneficio d’inventario.- Sembra anzi più probabile che, trovata altrove sin dal Rinascimento, sia stata poi collocata nella cappella di Santo Stefano per volere di qualche ecclesiastico appassionato di antichità, proprio perché era una memoria della corporazione dei mulattieri ed asinai.- Vi sono centinaia di esempi del genere nell’Italia umanistica.-
Quando è cominciato l’insediamento della popolazione, quando il trasferimento della città dalla valle sulla montagna? Al riguardo non si posseggono documenti attendibili, ne esiste una tradizione certa.- Ad eccezione dell’Antonini che questa volta – per caso – ha ragione, tutti gli scrittori napoletani, sin dal Rinascimento, ritengono che l’evento sì sia verificato nel XIII secolo.- Solo che non sono concordi circa la data.- Si sa da testimonianze coeve che nel 1250 Potenza fu devastata da Federico II dopo una rivolta; che nel 1268 Carlo d’Angiò ne rase le mura per punirla d’aver parteggiato per Corradino; infine che nel 1273 subì un terremoto così violento che gli abitanti furono costretti per qualche tempo a vivere all’aperto.- Si è pensato che, a seguito di uno di questi eventi, l’antica città sia stata completamente distrutta e che se ne sia costruita una nuova in altro sito; ma gli scrittori che hanno avanzato questa ipotesi, non hanno poi saputo mettersi d’accordo sulla causa che ha determinato il trasferimento della città.- Tuttavia è da ritenere che, se ciò si è verificato verso la metà del XIII secolo, lo si dovrebbe poter accertare da una qualche testimonianza.- Ma, dal momento che Potenza possiede tra le sue chiese due che risalgono all’XI secolo e che la cattedrale, prima di essere ricostruita alla fine del secolo scorso, datava in parte dal 1200, bisogna diversamente porre la questione.- Sappiamo che, dall’anno Mille, la città era situata sulla montagna, avendo abbandonato la valle.- Il trasferimento di Potentia rientra tra quei trasferimenti di città che ebbero luogo in tutta la regione all’epoca delle incursioni barbare e più ancora verso il IX e X secolo, nel periodo delle incursioni dei saraceni, i quali, sbarcati alla foce dei fiumi, ne risalivano le vallate mettendo tutto a ferro e fuoco.- A questo punto gli abitanti delle città situate a valle, esposte agli attacchi degli invasori anche perché precari erano i sistemi difensivi, si rifugiarono sulle alture di difficile accesso, dove trovavano maggior sicurezza.- SÌ potrebbe fare un lungo elenco di tali località, e tra esse va inserito anche il nome di Potenza.-
E dunque nella città ormai situata sulla attuale altura che il papa Innocenzo II e l’imperatore Lotario alloggiarono nel 1133 per un mese durante la spedizione contro Ruggero, re di Sicilia; è lì che, nel 1149, lo stesso Ruggero ricevette Luigi VII, re di Francia, sbarcato in Calabria al ritorno della sua disastrosa crociata, dopo essere stato liberato dalla flotta siciliana dalle mani di Manuel Comneno, che l’aveva fatto prigioniero per poco tempo.-
Il passaggio di Luigi il Giovine attraverso le province napoletane ha lasciato dei ricordi vivaci in diverse località, come a Brindisi, per esempio: un re era un grande personaggio, tale da colpire l’immaginazione.- Ma la tradizione popolare è incorsa qui in uno dei soliti errori: perché Luigi VII è divenuto Luigi IX, ben diversamente noto.-
Le città dove questi ricordi si sono conservati, si vantano a torto d’aver ospitato tra le proprie mura, al ritorno dalla prima crociata, san Luigi, che nella regione non ha mai messo piede.-
Ho parlato poco fa delle severe punizioni che Potenza ebbe a subire, a causa delle insurrezioni di cui si rese protagonista: nel XIII secolo da parte di Federico II e di Carlo d’Angiò, e nel 1399 da parte di re Ladislao che la assediò ed espugnò.- Nel 1502, il duca di Nemours e Gonzalvo de Cordova vi tennero una dieta per tentare di risolvere i punti di contrasto circa la divisione del regno di Napoli tra francesi e spagnoli: infatti, il trattato di spartizione tra Luigi XII e Ferdinando il Cattolico trascurava di definire a chi sarebbe toccata la Basilicata, sulla quale ciascuno dei pretendenti voleva mettere le mani.- La conferenza di Potenza, presenti i generali dei due eserciti di occupazione, non approdò ad alcuna intesa, e, qualche mese dopo, la discussione per il possesso della Basilicata diveniva il pretesto della guerra tra i due sovrani complici, i quali si erano accordati per privare, contro ogni diritto, la casa d’Aragona della corona napoletana.-
Dopo essere stata del regio demanio, Potenza divenne feudo della grande famiglia dei Sanseverino.- La città fu poi concessa dalla regina Giovanna II al condottiero Giacomuzzo Attendolo Sforza, che ella aveva nominato gran connestabile.- Ma il figlio di costui, Francesco Sforza, colui che sarebbe diventato duca di Milano, alla morte della regina, essendosi schierato contro Alfonso d’Aragona, fu privato del suo feudo dal nuovo re, il quale lo diede ad Inigo de Guevara.- Ferdinando II Cattolico elevò Potenza a contea concedendo l’investitura di gran siniscalco del regno di Napoli ad Antonio de Guevara.- Poco più tardi, Porzia de Guevara portò in dote la contea di Potenza a Filippo di Lannoy, nipote del vincitore di Pavia.- Come si vede, i grandi nomi storici non mancano nella serie dei signori di questa città; ma dal XVI. secolo non si registrano più fatti salienti nei suoi annali tranne le distruzioni dei terremoti.-
Alla fine del secolo scorso, la sede episcopale di Potenza era occupata da Francesco Serrao, prelato di spirito eletto, amministratore di grandi meriti, di costumi austeri e di grande umanità; ma ardente giansenista e come tale molto malvisto dalla curia pontificia e da una parte del suo clero.-
Dopo aver goduto per qualche tempo dell’appoggio del re Ferdinando, cadde in disgrazia.- Sopraggiunta la nascita della Repubblica partenopea, egli vi aderì come molti altri vescovi e cantò il Te Deum solenne in onore del nuovo governo.- Ciò che bastò ai suoi nemici per additarlo come repubblicano fanatico, amico dei francesi e seguace delle loro idee per la rovina della religione.- Il partito borbonico di Potenza suscitò nella città una sommossa popolare che abbatté la bandiera della Repubblica e inalberò quella del re.- Approfittando del tumulto, diciassette congiurati, appartenenti- vergogna a dirlo – a famiglie della classe più elevata, penetrarono armati nel vescovado levando grida di morte contro il prelato.- Lo trovarono nell’oratorio, vestito dei paramenti sacerdotali, in attesa dei suoi assassini, mentre pregava ai piedi della croce.-
Dopo averlo aggredito con frasi oltraggiose, lo trafissero e lo decapitarono nello stesso oratorio.- La sua testa recisa fu messa sulla punta di una picca e portata in trionfo per le strade, mentre si trascinava il suo corpo nella fogna al suono di una musica di festa.- Tutto questo si svolse in nome della monarchia e della religione.-
A queste scene di cannibalismo si rispose con un atto non meno ripugnante.- Tra i più ricchi cittadini di Potenza c’era un certo Niccolò Addone, partigiano della Repubblica, che non osava confessarlo apertamente.- Egli volle vendicare la morte del vescovo, ma non ebbe il coraggio di ingaggiare una lotta a viso aperto con gli assassini, per cui fece ricorso ad un abominevole tradimento.- Finse un eccessivo ardore legittimista, una grande gioia per la punizione del prelato repubblicano, si felicitò caldamente con coloro che l’avevano ammazzato, profuse loro ogni lode e finì per invitarli a casa sua per un grande pranzo di congratulazione.- Vi andarono in diciassette.- Addone li fece bere, e quando furono ubriachi li fece massacrare dai sicari che aveva fatto appostare in precedenza.- Egli stesso ne pugnalò parecchi con le sue mani.- Terminato il massacro, prima che la notizia si fosse diffusa, di notte uscì dalla città, andò a nascondersi nei boschi e riuscì a raggiungere, travestito, dapprima Napoli, poi la Francia.-
I costumi napoletani del tempo dovevano essere molto indulgenti per ogni forma di vendetta, ritenuta come un dovere, ma la strage di cui si macchiò l’Addone sollevò un moto di biasimo e di orrore.- I repubblicani di Napoli furono i primi a condannarla e a declinare ogni forma dì solidarietà per il suo autore.- Tuttavia, qualche anno dopo, Giuseppe Bonaparte commise l’errore di amnistiarlo e di consentirgli il rientro a Potenza. Con la Restaurazione Addone, volendosi far perdonare i tristi ricordi del suo passato, si mise a disposizione della polizia.- Divenne accusatore dei liberali e uno dei testimoni abituali nei processi per alto tradimento.- I suoi servigi furono lautamente compensati, e, coperto dalla protezione del governo, morì tranquillamente nel suo letto, detestato e disprezzato dalla gente onesta.-
Nel 1809, al tempo di Murat, quando gli inglesi ed i siciliani suscitarono nel regno di Napoli una grande sommossa, che veniva a coincidere con la guerra che Napoleone stava sostenendo contro l’Austria, Potenza fu, per qualche settimana, bloccata dalle bande degli insorti.- Ma la città, come tutte le altre città della provincia, mostrò allora una grande devozione verso il nuovo governo.- Qualcosa di analogo, come abbiamo esposto nel precedente capitolo, era accaduto nel 1861, all’epoca della spedizione di Borjès: l’anno prima, la popolazione di Potenza aveva preso le armi alla notizia dello sbarco di Garibaldi a Milazzo e dopo un combattimento abbastanza vivace contro la gendarmeria della città, l’aveva costretta alla capitolazione.-
Potenza è il centro di una certa attività letteraria, dove si incontrano persone istruite-. Tuttavia non c’è sino ad oggi un museo, benché sia stata nominata, come in tutti ì capoluoghi di provincia, una Commissione dei monumenti e antichità.- Un primo nucleo di collezione epigrafica è stato frattanto raccolto nel Seminario.- Proviene in maggior parte dal lascito di un privato, l’avvocato Ricotti, morto nel 1876. Tra le iscrizioni che vi si conservano, meritano menzione varie dediche alla dea Mephitis, colei che presiedeva alle esalazioni palustri.- Era una di quelle divinità che si onorano per ottenerne la protezione e mettersi così al riparo dai mali che possono provocare.- Da ciò sì deduce che la Potentia romana, situata nella vallata, non era così salubre come la Potenza moderna, che, posta in altura, non conosce la malaria.”

Michele Lacava _____________ 25 Aprile 1945

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