Riecco il partito della spesa pubblica e delle tasse

regioni meridionaliMentre gli italiani vivono uno dei periodi più difficili della loro storia a causa di una crisi economica di cui non si vede la fine, rispunta il partito della spesa pubblica.
Al di là della crisi a livello mondiale, il nostro Paese è gravato dal peso di un debito1 pregresso di 2000 mila miliardi di euro che continua ad incrementarsi nonostante i grandi sacrifici richiesti da manovre che incidono sempre più in profondità sul livello di vita dei cittadini.

Siamo il popolo più tassato al mondo!

Alle tasse dirette si aggiungono le imposte dirette, le tariffe e il costo dei servizi pubblici.
Per chi le paga, le tasse hanno da tempo superato la soglia del sopportabile.
Il Governo Monti, chiamato in situazione di emergenza, ha gioco forza dovuto seguire la strada percorsa dai precedenti governanti imponendo nuovi balzelli per i cittadini e riducendo la copertura dello stato sociale. I nuovi oneri finanziari hanno evitato che l’Italia sprofondasse nel baratro in cui è caduta la Grecia ma hanno anche determinato l’ulteriore caduta della domanda interna e l’abbassamento del Prodotto Interno Lordo.
La riduzione dei consumi ha avuto come conseguenza la diminuzione della produzione e l’incremento della disoccupazione. Tutta l’economia del Paese si sta avvitando su se stessa e il rapporto debito pubblico su Pil si muove a grandi passi verso il 130% (nel primo trimestre del 2012 era salito al 123,7% nel secondo trimestre era al 126,1%).
Se si esamina con attenzione come si è prodotto il deficit di bilancio dello Stato si rileva immediatamente che la causa principale risiede in una spesa pubblica senza limite.
Un pubblico sempre più vorace si sta divorando il reddito degli italiani onesti!
La spesa pubblica ha una parte legata ai servizi essenziali per i cittadini, alle spese d’investimento e al sostegno dello sviluppo, ma c’è anche una quota notevole determinata da inefficienze, burocrazia e corruzione.
La dimensione del debito grava sul Prodotto interno lordo in maniera sempre più incisiva e di anno in anno per finanziare il debito raccogliendo fondi sul mercato finanziario bisogna offrire tassi d’interesse sempre più alti. Si calcola che la spesa per interesse nel 2012 sarà superiore ad 80 miliardi di euro.
Gli oneri del sostegno della spesa pubblica gravano in gran parte su quei cittadini che vengono indicati “i soliti noti” cioè sui lavoratori dipendenti e pensionati che sono tassati alla fonte mese dopo mese, mentre continua a prosperare l’evasione fiscale a cui ricorrono quelli che avrebbero maggiori opportunità per contribuire al risanamento delle casse pubbliche.
Tutti si dicono convinti che bisogna combattere con armi sempre più sofisticate l’evasione fiscale per recuperare gettito ma gli anni passano senza che si riesca a mettere in campo un’azione veramente efficace.
Ma anche sul fronte della riduzione della spesa pubblica improduttiva non si è andati al di là delle parole contenute nei discorsi programmatici dei partiti, dei politici e dei governi.
Occorre alleggerire la macchina pubblica attraverso un ampio decentramento organizzativo e tecnologico!
La riduzione delle province si pone appunto in questa direzione e il risparmio che determinerà non è esiguo come qualcuno continua ad affermare.
Si pensi non solo alla riduzione delle cariche politiche e dell’apparato ma anche alla migliore utilizzazione dei dipendenti statali oggi dispersi in tanti uffici provinciali.
Lo Stato potrà procedere alla progressiva riduzione del numero dei propri uffici periferici e contemporaneamente migliorare l’organizzazione del personale per rendere un servizio più efficiente ai cittadini puntando sulla trasparenza e l’accessibilità delle informazioni.
Si tratta di un timido inizio di quella che potrebbe divenire un’operazione rivoluzionaria per modernizzare un Paese che unificato dal Piemonte ne ha assorbito un pesante sistema burocratico, rafforzatosi nel ventennio fascista.
Nel 1927 il regime, con la sua tendenza accentratrice ed antidemocratica, istituì diciassette nuove province (Aosta, Bolzano, Brindisi, Castrogiovanni, Frosinone, Gorizia, Matera, Nuoro, Pescara, Pistoia, Ragusa, Rieti, Savona, Terni, Varese,Vercelli, Viterbo) e negli anni successivi altre due province (Asti e Littoria).
La presenza diffusa sul territorio nazionale di uno Stato di polizia che rispondeva direttamente al potere centrale era finalizzata al controllo politico sui singoli cittadini.
Con la caduta del fascismo la nuova Costituzione assunse principi fondamentali che riconoscono le libertà individuali e trasformano in cittadini quelli che prima erano sudditi.
L’applicazione di questi principi è avvenuta lentamente risentendo l’organizzazione delle Stato delle incrostazioni di una prassi secolare.
Finalmente nel 1970 furono costituite le Regioni alle quali la Costituzione delega parte dei poteri prima esercitati dagli organi centrali dello Stato.
Soprattutto Ugo La Malfa si fece portavoce di una proposta di razionalizzazione della struttura organizzativa dello Stato avvertendo che l’eccessiva frantumazione dei centri di spesa avrebbe portato allo sforamento del debito.
Nulla fu fatto fino al 2001 quando fu riformato il titolo V della Costituzione che ridefinisce le competenze fra lo Stato, le Regioni, le province e i comuni.
Gli effetti di questa Riforma non sono stati del tutto positivi infatti oltre alla nascita di un contenzioso permanente fra Stato e Regioni, gli ultimi scandali hanno messo in evidenza la necessità di ripristinare controlli esterni sulla spesa locale.provincie duesicilia
Il Regno delle Due Sicilie, nella parte continentale, due secoli fa era suddiviso in sole quindici province, nonostante che in quei tempi fossero assenti vie di comunicazioni fra la capitale e i capoluoghi, che i mezzi di trasporto  pubblici fossero carrozze trainate da cavalli e che per uno spostamento da un comune al capoluogo si impiegassero molte ore.
Ben diverse sono le possibilità dell’oggi: – basta sollevare la cornetta del telefono o accedere ad internet per contattare gli Uffici pubblici ed ottenere le informazioni necessarie; – i mezzi di trasporto in pochi minuti rendono possibile raggiungere la sede di un Ufficio pubblico.
A Marzo di quest’anno il Governo ha approvato l’Agenda digitale per una migliore qualità della vita che sfrutta  le opportunità offerte dalla tecnologia per semplificare la vita dei cittadini che potranno espletare tutte le formalità amministrative direttamente senza l’intermediazione di un funzionario pubblico.
Tutti ormai chiedono di ridurre l’invadenza della politica e il peso della burocrazia per liberalizzare l’economia.
La realizzazione di questi obbiettivi comporterà un forte risparmio per le casse pubbliche e inciderà positivamente anche in termini economici liberando diversi punti di Pil per lo sviluppo.
Le Regioni e i comuni potranno attivare una diversa articolazione della presenza dei propri uffici sul territorio più rispondente ai bisogni dei cittadini.
Insomma l’Amministrazione pubblica dovrà adeguarsi alla società incrementando la propria efficienza adottando una radicale riforma organizzativa che preveda un miglior utilizzo delle risorse umane e una profonda riduzione dei tempi e delle procedure.
Una ristrutturazione dell’Amministrazione che responsabilizzi il pubblico dipendente ma che contemporaneamente richieda una riqualificazione complessiva del personale si può realizzare solo se si riducono i livelli decisionali.
La riduzione dei livelli decisionali porta come conseguenza la riduzione dell’intermediazione politica.
Da qui nasce l’opposizione dei politici di mezza tacca che si vedono sottrarre la fetta di potere acquisito. La chiamata ai campanilismi non è neutra ma è il mezzo più semplice per ottenere consenso.
Da Sud a Nord si solleva la protesta finalizzata alla Conservazione dell’esistente richiamandosi a divisioni storiche reali e a divisioni che di storico hanno veramente poco.
Ma la maggioranza degli italiani è stanca di questa politica, ma è soprattutto stanca di pagare lo scotto dell’inefficienza della struttura organizzativa dello Stato.
Si calcola che le persone che in Italia vivono di politica siano un milione e trecentomila. Ai centoquarantacinque mila parlamentari e amministratori pubblici, bisogna aggiungere quelli che ricoprono cariche all’interno delle società, degli enti, dei consorzi e delle autorità di diramazione pubblica. A questi bisogna aggiungere i titolari di convenzioni pubbliche e il personale di supporto ai politici.
Il costo di questa massa di persone grava sulle spalle dei contribuenti in maniera pesante perché i livelli retributivi dei componenti la casta sono elevatissimi, come altrettanto elevato è il peso dei privilegi normativi che li accompagnano anche dopo il termine del rapporto con la pubblica amministrazione.I dipendenti pubblici sono tre milioni e cinquecentomila fra impiegati statali, dipendenti del parastato e degli enti locali, in generale le retribuzioni sono al di sotto della media delle retribuzioni europee, ma fa eccezione la casta dei dirigenti che si è garantita una retribuzione elevata e, in non pochi casi, elevatissima.
Ogni cittadino italiano spende 2849 euro per i dipendenti pubblici!
In tutti i settori pubblici si può procedere ad una drastica razionalizzazione delle piante organiche, ad  esempio la Basilicata ha 979 dipendenti a tempo indeterminato più 184 a contratto, i dirigenti sono 67, per un costo complessivo di 53.374.679 euro l’anno. La spesa per la dirigenza è particolarmente elevata. In controtendenza con l’esigenza di ridurre la spesa pubblica lo scorso 18 settembre, con la delibera 1176, la Giunta regionale ha deciso di incrementare la retribuzione accessoria dei dirigenti per gli anni 2011 e 2012. Ogni dirigente della Giunta prenderebbe 45.000 euro oltre lo stipendio base per un costo solo per questa voce di 3.252.708 di euro per il 2011 e 3.019.987 euro per il 20122.
Le posizioni dirigenziali sono 86 e vengono ricoperte da 42 dirigenti che assumono oltre alla posizione principale altre ad interim con un ulteriore riconoscimento salariale.  
Un recente studio di Confartigianato ha dimostrato che si potrebbe svolgere le stesse attività con la metà dei dipendenti, con la riduzione di 82 euro di tasse per ogni cittadino lucano.
Di fronte alla situazione fin qui descritta che contribuisce a depauperare le famiglie dissanguate da tasse sempre più elevate, i politici locali incapaci di proporre soluzioni concrete suonano le campane per impedire l’ammodernamento dell’organizzazione amministrativa timidamente proposta dal Governo.
Non è tempo di lotte campanilistiche! tutti dovremmo chiedere nuove e più profonde riforme.
Se due secoli fa quindici province bastavano per un Regno che comprendeva Abruzzo, Molise, Campania, Basilicata, Puglia, Calabria (e parte dell’attuale Lazio), le diciotto proposte, oggi, dal Governo per le stesse regioni dovrebbero essere ritenute troppe no poche.
Per quanto riguarda la nostra regione dovremmo batterci per l’abolizione delle province perché in questo modo si potrebbe meglio organizzare l’attività regionale dando luogo ad una nuova articolazione sul territorio degli uffici e dei servizi.
Il giorno dopo l’approvazione del decreto che riordina le province il Sole 24 ore titolava preoccupato “Il Parlamento non smonti la riforma delle Province”. In quest’articolo si ricordava quanto accaduto all’avvio del percorso di razionalizzazione delle province: “deputati e senatori hanno fatto a gara nel proporre i salvataggi più bizzarri. Ad esempio paralizzando i lavori per ore e ore sulla sorte di Benevento. Oppure discutendo del triste destino che attendeva le Regioni destinate diventate monoprovincia (Umbria, Molise e Basilicata).”
Si trattata di una facile profezia perché in tutta Italia si sono alzate voci a difesa di specificità  particolari a sostegno dell’autonomia della propria città o, comunque per criticare gli accorpamenti proposti.
Speriamo davvero che, nonostante l’approssimarsi delle elezioni e le tensioni interne alle forze politiche, il Parlamento converta il decreto nei sessanta giorni ratificando l’inizio di un percorso di riforma che dovrà essere proseguito nella prossima legislatura per modernizzare questo Paese ed attrezzarlo per sostenere le nuove sfide che lo attendo in campo economico e finanziario.

Nota

Debito Pubblico 2012
Agosto 1.975,631 €
Luglio 1.967,480 €
Giugno 1.972,940 €
Maggio 1.966,303 €
Aprile 1.948,584 €
Marzo 1.946,083 €
Febbraio 1.928,211 €
Gennaio 1.935,829 €

Retribuzione Dirigenti Giunta regionale

Stipendio base 43.310,90 €
Retribuzione di posizione 45.102,87 €
Retribuzione Individuale Accessoria da 0 a 2.550,86 €
Retribuzione di risultato da 8.886,09 a 12.342,82 €

Il Dirigente Generale ha diritto ad un ulteriore indennità di 25.020,00 €.

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