Costabile Carducci

Costabile Carducci (Capaccio, 15 giugno 1804 – Acquafredda di Maratea, 4 luglio 1848).

Nacque a Capaccio, in via Sant’Agostino da Antonio e Giuseppina Verduzio.

Studiò giurisprudenza senza laurearsi. Svolse diverse attività che gli permisero una vita agiata. Intraprese varie attività imprenditoriali, gestì sul Sele la scafa (un battello che permetteva il passaggio del fiume), prese in gestione una locanda a Paestum, fu assunto presso l’Ufficio del Registro come impiegato, lavoro che lasciò per gestire l’hotel Europa a Salerno.

In prime nozze sposò una donna della famiglia Tanza, famiglia nobile del paese.

Quando la moglie morì, si risposò con Vittoria Del Re, sorella di Giuseppe Del Re.

Già da giovane aveva manifestato il suo animo antiborbonico, grazie al cognato poté conoscere napoletani liberali come Poerio, Troja, Dragonetti, Settembrini, Massari, Ricciardi, Mauro, Del Re e nello stesso tempo teneva rapporti con i liberali del salernitano Giovanni Avossa, Raffaele Conforti, Michele Pironti, Matteo Luciani e in particolare con i cilentani Filippo Patella di Agropoli, i fratelli Magnoni di Rutino, i fratelli De Angelis di Castellabate, Leonino Vinciprova di Celso, Ulisse De Dominicis di Ascea, i fratelli Angelo e Carlo Pavone di Torchiara. Ernesto e Valerio del Mercato di Laureana e Pietro Del Mercato fondatore della Giovane Italia a Salerno.

Costabile Carducci partecipò ai moti del Cilento del 1828 repressi ferocemente dal governo Borbonico.

Nel 1847 a Napoli in novembre e in dicembre vi furono diverse manifestazioni popolari che però furono sedate subito.

Il 12 gennaio 1848 in Sicilia scoppiò la rivoluzione indipendentista.

Il 17 gennaio Costabile Carducci, abbracciata la moglie Vittoria e baciate le due figlie, a capo dei rivoltosi diede inizio ai moti nel Cilento.

Nella notte, i suoi luogotenenti, Antonio Leipnecher, negoziante di fiori di Siracusa, e Filadelfo Sodano, farmacista di Celso, invadevano il comune di Casalicchio, disarmavano la guardia urbana e ne uccidevano il sotto capo Urbano Gennaro di Feo.

Il 18 gennaio del 1848 da S. Antuono di Torchiara iniziò la rivoluzione. al grido di viva la Costituzione, viva l’Italia, Viva Pio IX.

I rivoltosi, armati alcuni di schioppo, altri da scure e altri di bastoni, occupavano la sede comunale, liberavano i detenuti e disarmavano la gendarmeria locale per entrare in possesso delle armi.

Non era facile venire in possesso di un’arma, così accadde che, in Salento, il 19, fu ucciso Rosario Rizzo perché non riuscì ad indicare chi avesse preso le armi depositate la sera precedente nella sua abitazione.

Giunto ad Ascea il 24 gennaio gli venne incontro il capo urbano barone Andrea Maresca che lo ospitò nella sua dimora.

Ma un tale, de Dominicis, denunciò il barone per aver, nel 1828, accusato di delitti politici il padre che per questo era stato decapitato.

Carducci fece imprigionare il Maresca e il sotto capo Lo Guercio, li portò a Pisciotta dove il mattino del 26 disponeva che dopo tre ore di cappella venissero fucilati.

La moglie del Lo Guercio, con le sue lacrime e con l’intercessione del de Dominicis, riuscì ad ottenere la grazia per il marito.

Il disgraziato barone Maresca, che invano protestò la sua innocenza, ottenne solo di vergare un breve testamento  prima di essere fucilato.

In un ordine scritto inviato al Comandante Pavone del Circondario di Gioj, il 27, Carducci conferma gli ordini già disposti che prevedevano la fucilazione del Giudice di Gioj, del Sindaco di Salella, del Comandante Urbano di Cicerale, impone di porre a sacco ed a fuoco Ogliastro e Prignano, colpendo le famiglie che avevano favoreggiato per le Truppe Regie, dispone che occupato Castellabate si proceda allo stesso modo.

I rivoltosi sapevano bene che avrebbero dovuto scontrarsi con l’esercito borbonico ben organizzato ed armato, i rischi erano molto grandi ma questo non li scoraggiò.

Circa mille ribelli tagliarono la gomena alla scafa di Barizzo e cercarono di abbattere il ponte di legno del fiume Sele, per impedire alle truppe borboniche di passare sull’altra riva. Ma l’operazione non riuscì: i soldati arrivarono prima che l’opera di distruzione fosse compiuta.

Carducci e i suoi erano giunti a Laurino, avrebbero potuto riparare nel castello fortificato che è in vetta ad un picco.

La sera del 30 il Colonello Lahalle assediò Laurino ove vi era Leonino Vinciprova, che comandava i ribelli.

Ci fu una sanguinosa battaglia dichiarò il Lahale: 100 ribelli uccisi e 70 prigionieri, con due feriti fra i soldati.

Ma molti altri storici dichiarano che la resistenza fu minima e durò solo un giorno e che la notte stessa del 29 i rivoltosi uscirono da Laurino, quando si resero conto di essere stati traditi.

Il re Ferdinando II di Borbone concesse la Costituzione nel Regno delle Due Sicilie e con la concessione della Costituzione, Carducci divenne Colonnello comandante della guardia nazionale di Salerno.

Il 15 aprile si tennero le elezioni dei rappresentanti del popolo e Carducci fu eletto deputato della provincia di Salerno.

Il 14 maggio si riunì la Camera. Si doveva giurare fedeltà alla costituzione.

Vi furono contrasti col Re sulla formula di giuramento. Il re voleva che si giurasse con una formula che riconosceva il re al di sopra della costituzione, mentre i deputati liberali pensavano che l’assemblea poteva riscrivere la Costituzione e che la Camera dei Pari dovesse essere sciolta. Alla fine fu raggiunto l’accordo su una formula che riconosceva la possibilità di cambiamento della Costituzione da parte delle due Camere con l’approvazione del Re.

Ma essendosi sparsa la notizia di movimenti di truppa, il popolo iniziò a creare sbarramenti delle vie cittadine ed a erigere barricate.

Il 15 l’assemblea tardò ad accorgersi cosa stava avvenendo e temporeggiò nel dare inizio ai lavori.

In città vi furono disordini: dalle barricate uomini armati spararono contro i reparti schierati.

A quel punto entrarono in città i reggimenti svizzeri.

Alla Camera si aprì il dibattito.

Avuta notizia dei primi scontri, Carducci chiese all’Assemblea, per ben due volte, di mandare a chiamare la guardia nazionale della provincia di Salerno, onde affidarle la custodia della Camera. Ma l’assemblea rigettò questa e le altre proposte che furono formulate.

Con il pretesto di sedare la rivolta, Ferdinando II diede ordine alle truppe svizzere di abbattere le barricate e dalle fortezze iniziarono a sparare i cannoni sulla via Toledo. L’esercitò espugnò le barricate ed attaccò alcuni palazzi. Il popolino (i lazzeri) si abbandò ad atti di scelleratezza e di saccheggio che durarono fino al giorno dopo.

Il Re sciolse il Parlamento e sospese la Costituzione.

Con lo scioglimento della Camera molti deputati si rifugiarono sulle navi francesi che erano in porto. Alcuni furono trasportati a Civitavecchia ed altri a Malta.

Carducci fuggì prima a Roma e poi in Sicilia.

Il 13 giugno, giunse a Paola con il Generale Ribotti; con lui c’erano anche Ferdinando Petruccelli della Gattina, Ferdinando Miranda e Vito Porcaro richiamati in Calabria per sostenere un tentativo di sommossa.

Contemporaneamente Mariano d’Ayala si era posto alla testa della rivolta negli Abruzzi.

Il 17 giugno a Cosenza gli venne affidato dal Comitato di salute pubblica il comando della quarta brigata.

Fallita la rivolta, per sfuggire alla repressione tentò di riparare nel suo Cilento.

Si imbarcò a Scalea con nove compagni: Pasquale Lamberti di Napoli, Raffaele Ginnari e Biase Barone di Maratea, Antonio Salomone di Cassano, Andrea Lotito, Giacinto Terzeta e Saverio Laino di Cosenza, Ferdinando Abbamonte di Lungro e Pasquale Bifano di Torraca.

Ma la sua piccola barca non poteva sostenere una tempesta, per sfuggire ai marosi sbarcò ad Acquafredda di Maratea il 4 luglio.

Due donne, Teresa Fiorentano e Maria Paesano, stavano lavando i panni alla fonte.

Una donna, immediatamente, corse ad avvertire il settuagenario corpulento sacerdote Vincenzo Peluso, che da alcuni mesi viveva in casa rurale sulla Punta di San Pietro costruita su una vecchia torre circolare che dominava il mare.

Il Peluso che, negli anni fra il 1799 e il 1821, si era distinto per la fedeltà ai Borboni ed era noto fra i rivoltosi come sanfedista e pluriomicida, all’annuncio dei moti avvenuti in gennaio nel Cilento temendo per la sua vita era fuggito da Sapri.

Il prete mandò a chiamare i nipoti e le persone a lui più vicine con la raccomandazione che lo raggiungessero armati.

Carducci ed i suoi compagni erano rimasti sulla spiaggia in attesa di riprendere il viaggio quando il mare si sarebbe calmato.

Mentre Carducci e i suoi stavano per mettere in mare la loro imbarcazione per ripartire, sopraggiunsero gli uomini che il Peluso aspettava.

Gli sventurati videro venire verso di loro molta gente armata da una posizione che sovrastava la spiaggia.

Carducci e i suoi inermi compagni tentarono di spiegare agli aggressori che non c’era motivo per essere attaccati e li pregarono di non fare loro del male.

Ma avendo il Peluso gridato “Viva il Re”, essi risposero “Viva la Repubblica” ed una scarica di achibugi li investì.

Tre patrioti furono colpiti: uno, Laino, morì e due furono feriti. Cinque furono fatti prigionieri, Ginnari cercò di raggiungere Maratea ma fu ucciso a Cersuta, Lamberti fuggì verso Sala.

Costabile Carducci, ferito alla spalla destra perdeva sangue copiosamente, fatto prigioniero, fu portato nella pineta di Acquafredda, dove fu ucciso con un colpo di pistola in pieno viso. Il suo cadavere fu gettato in un dirupo.

Il Peluso, dopo aver intascato 12 mila ducati presi dalle tasche delle sue vittime, si impossessò dell’oro, dell’argento e delle polizze che trovò nella valigia del Carducci.

Il Gladstone scrisse: “Il Capo-banda Carducci guidava adunque una guerriglia senz’armi, invece di rubare era derubato, invece di assassinare era barbaramente trucidato senza poter opporre la menoma resistenza!”

Il prete tornò a Sapri portando come trofeo la sciabola ed il cappello dello sventurato.

Per questo episodio il Peluso fu accolto dal Re ed ebbe grandi onori ed un vitalizio.

Al suo letto di morte nel 1855 accorse il Re con il principe ereditario e due suoi nipoti furono assunti nell’amministrazione statale.

Parecchi giorni dopo la strage, grazie ad una pastorella, il cadavere del Carducci fu recuperato e per la pietà del sacerdote Daniele Faraco, fu sepolto nella cripta della chiesetta di Maria Santissima Immacolata di Acquafredda.

Nella piazza di Acquafredda di Maratea davanti la chiesa fu fatta l’autopsia  del cadavere di Costabile Carducci da un barbiere e da un macellaio.

L’omicidio divenne un caso giudiziario, in quanto il giudice istruttore di Maratea, De Clemente, che se ne interessò per primo fu rimosso. Il procuratore regio di Potenza, Scura, che emise un mandato di cattura contro gli uccisori, fu destituito all’istante. Il giudice Paliero, per aver avuto il coraggio d’iniziare il procedimento penale contro gli assassini, fu processato, carcerato e torturato. I processi continuarono per anni ed ebbero termine nel 1883.

Nel 1901 l’insegnante Francesco Reali e i suoi colleghi di Acquafredda di Maratea posero una lapide sul muro esterno della chiesa, a ricordo del martire dell’Indipendenza nazionale: Costabile Carducci.

La lapide ha inciso le seguenti parole:

AL MARTIRE DELL’INDIPENDENZA NAZIONALE
COSTABILE CARDUCCI
LE CUI OSSA RIPOSANO
DA OLTRE X LUSTRI DIMENTICATE RELIQUIE
IN QUEST’UMILE CHIESETTA
LE SCUOLE DI ACQUAFREDDA
CON DEVOTA MEMORIA
CONSACRANO

APRILE 1901

L’azione rivoluzionaria di Costabile Carducci, insieme a quella espressa da Carlo Pisacane anni dopo, fece maturare quell’idea di libertà ed indipendenza che favorirà l’impresa dei Mille.

La casa rurale in cui il prete Vincenzo Peluso viveva nel 1848 oggi non c’è più in quanto al suo posto è stata costruita villa Nitti (di proprietà della Regione Basilicata) acquistata dall’onorevole Francesco Saverio Nitti nel 1920.

 

Bibiografia:

  • M. Mazziotti: C. Carducci e i moti del Cilento del 1848 – Soc. Editr. Dante Alighieri Roma – 1909;
  • C. Pesce: Costabile Carducci e il dramma di Acquafredda – Tipografia Lucana – Lagonegro 1905;
  • A. Solmi: Discorsi sulla storia d’Italia – La Nuova Italia – Firenze – 1933.
  • V. Librandi: Il Ministro di Garibaldi – Un italo albanese fra gli artefici dell’Unità d’Italia – Gazzettino del Crati – N. 12 del 15.2.87.
  • Calabria Citeriore. Gran corte criminale e speciale: Atto di accusa e decisione per gli avvenimenti politici della Calabria Citeriore- Cosenza 1852;
  • Luigi del Pozzo: Cronaca civile e militare delle due Sicilie sotto la dinastia Borbonica …..;
  • Gennaro Marulli: Documenti storici riguardanti l’insurrezione calabra: preceduti dalla storia del 15 maggio-Napoli 1849;
  • Charles Victor Prévôt, visconte d’Arlincourt: L’Italia rossa, o Storia delle rivoluzioni di Roma, Napoli, … -Firenze 1851;
  • Angelo Gabriele: Conclusioni nella causa di cospirazione ed attentato contro la sicurezza interna dello stato  -Salerno 1852;
  • Il signor Gladstone ed il governo napolitano, raccolta di scritti intorno alla questione napolitana – Torino 1851 a cura di Giuseppe Massari;
  • Il mondo vecchio ed il mondo nuovo – Napoli 19 ottobre 1860

Il Canonico Antonio De Luca _______ Appello agli Italiani di Victor Hugo

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