Francesca de Carolis Cafarelli

Francesca de Carolis nacque nel 1754 da una delle famiglie più facoltose di San Marco in Lamis in provincia di Foggia. Ultima di due sorelle e quattro fratelli, orfana di padre morto prima della sua nascita.
Nel settembre del 1772 sposò, per procura, Scipione Cafarelli di Tito in provincia di Potenza. Il marito avvocato si era trasferito a San Severo per esercitare la sua professione e in questo paese Lei lo raggiunse il giorno dopo il matrimonio accompagnata dallo zio Domenico.

La permanenza a San Severo durò poco, infatti il primo figlio nacque a San Severo, mentre il secondo nacque a Tito.
Il matrimonio si dimostrò felice e allietato dalla nascita di una prole numerosa: Giuseppe, Giovanni, Benedetto, Antonio, Isabella e Emanuela.
I coniugi furono attratti dalle nuove idee di libertà e di democrazia ispirate dalla rivoluzione francese che Angelo Cafarelli fratello di Scipione che vivendo a Napoli aveva modo di esporre quando ritornava a Tito.
Il 30 gennaio a Tito fu innalzato l’albero della libertà e Scipione venne nominato Presidente del locale municipio repubblicano. Tito contava allora 2600 abitanti.
Il 21 febbraio Scipione Cafarelli e il figlio Giuseppe impedirono agli armati del conte Loffredo di Potenza di occupare il municipio.
Il 13 aprile 1799 il luogotenente di Sciarpa, Michele di Donato, convinse il sacerdote D. Donatantonio Vallano di Pietrafesa (oggi Satriano di Lucania) a muoversi verso Tito, alla testa di una cinquantina di uomini, vestito degli indumenti sacerdotali ed inalberata la croce.
Giunto nelle vicinanze del paese tanto da poter essere udita la sua voce, il prete intimò spianarsi l’albero della libertà per sostituirvi il vessillo della Santa fede. A questa provocazione, il patriota Vito Greco gli trapassa il petto con un’archibugiata, ed il Vallano cadde istantaneamente morto, dandosi la gente che lo seguiva a precipitosa fuga.
Decorsero pochi giorni, ed un forte nerbo di sanfedisti riappare sulle sommità di Paganico, monte sito tra Pietrafesa e Tito: erano circa duecento, armati di fucili, scuri, ecc. Non appena furono veduti, in un baleno corsero da Tito 16 dei più animosi giovani fra cui quattro figli di Scipione Cafarelli. Si spinsero con tanto ardire che misero i nemici in piena rotta, inseguendoli sino alle porte di Pietrafesa.
Dopo venti giorni verso le ore 22 italiane si vide un’oste nemica di circa 4000 persone, la più parte Calabresi e Celentani, tutti armati, dispiegarsi verso Tito dal lato di mezzogiorno, la quale per ispaventare gli animi dei Titani, bruciò le masserie e casine poste a vista di Tito.
Questa banda di briganti era capitanata da Gerardo Curcio, denominato Sciarpa di Polla. Tentarono, ma invano, tutta la notte di invadere il paese, avendo i cittadini di Tito opposto valida resistenza. All’albeggiare del giorno seguente una colonna staccatasi dai briganti condotta da guida sicura, occupò la parte superiore del paese, sguarnita di forze. Ma si trovavano due coraggiosi repubblicani, il sacerdote don Pasquale Moscarelli ed il notaio Michele Manzione, i quali sostennero un fuoco vivissimo contro dei briganti: ma bruciata a caso la munizione, furono obbligati a scendere nel paese. Avviene lo sgomento nell’anima di tutti i patrioti. In tal modo i briganti inondarono il paese e si diedero con inaudita barbarie a mettere inesorabilmente a sacco ed incendio le case. I repubblicani di Avigliano, di Picerno e di Ruoti sotto il comando dei fratelli Michelangelo e Girolamo Vaccaro, e tutti insieme corrono in difesa di Tito, facendo massacro di 70 sanfedisti e rialzando l’abbattuto albero della libertà.
Si ebbero a deplorare dei Titesi 12 vittime e tra questi quattro inermi sacerdoti: D. Giulio Potenza, P. Giuseppe Ostuni, D. Vito e D. Felice Scavone; gli altri erano fanciulli e donne.
Non sgomentati i sanfedisti, dopo quindici giorni aggredirono Picerno, se ne impadroniscono, e vi commettono infinite atrocità. I Titesi corsero in aiuto dei Picernesi: ma invano e furono obbligati a ritirarsi nel loro paese.
Il 27 maggio, i realisti nello stesso numero di 4000 riprendono la strada di Tito, se ne impadroniscono e vi commettono i soliti feroci atti, di incendii e saccheggi. Le donne si rifugiarono nella chiesa dei padri minori osservanti: e tra esse vi era la moglie del Presidente Cafarelli, donna distintissima sia per nobiltà di sentimenti patriottici, sia per morale, sia per coraggio civile repubblicano. Fu dai Sanfedisti con violenza strappata da quel sacro asilo, e tradotta nella pubblica piazza si voleva or colle minacce ed or colle carezze indurre a gridare: Viva il re, e morte alla Republica; ma la spartana donna sprezzando, rispondeva: Viva la Repubblica, morte al tiranno; e fucilata esalò lo spirito con queste parole sulle labbra; indi cadavere fu denudata delle sue vesti insanguinate ed esposta alla pubblica riprovazione con una pietra per capezzale per una settimana intera.
I briganti intanto dopo aver saccheggiato quello sventurato paese, mossero per altra destinazione lasciando un cinquanta di loro a guarnigione sotto il comando di un tale Giovanni di Sangiovanni di Laurino in Principato Citeriore.
La povera famiglia Cafarelli fu quasi interamente distrutta.
Il sacerdote D. Pasquale Cafarelli, fratello germano del Presidente Scipione fu fucilato sotto le mura di Potenza, e perché non morì istantaneamente, fu fatto morire con calci di schioppo; Giuseppe figlio di Scipione accovacciato nella Contrada Colaruso fu tradito da un suo amico e catturato dai briganti gli fu vivo mozzato il capo sul tronco dell’albero della libertà, e bruttato poi il capo di sterco e posto su una picca fu portato come trofeo pel paese fra le contumelie e derisioni di quella efferata sbirraglia.
Per la volontà popolare Francesca e il figlio trovarono sepoltura nel Convento francescano.
Il Presidente Scipione profugo e ramingo esulava per le Puglie; ma arrestato a Rignano uno ai suoi figli Benedetto ed Antonio fu tradotto di carcere in carcere finché giunto in quella di Matera fu fatto morire (2 marzo 1800): si disse per veleno; oppure per stenti e privazioni.
I figli superstiti, in quanto minorenni, furono risparmiati e mandati a Polla, le figlie furono invece chiuse nel monastero di San Fele.
Tutte le sostanze della famiglia Cafarelli furono confiscate, ed il palazzo e le masserie bruciate.

 

(Tratto da La Basilicata – Istoria del Risorgimento nazionale di Michele Lacava)

 

Giovanni Andrea Serrao ______________ I moti del Cilento del 1828

 

Indice

I commenti sono chiusi