Giovanni Andrea Serrao

Giovanni Andrea Serrao (Castel Monardo, 4 febbraio 1731 – Potenza, 24 febbraio 1799) nacque in Calabria e terminò gli studi a Napoli, dove conobbe eminenti uomini della cultura e della vita politica del tempo fra i quali Antonio Genovesi, Domenico Cirillo, Francesco Mario Pagano e Domenico Forges Davanzati (che nel 1799 fecero parte del governo provvisorio della Repubblica Napoletana).

Giovanni Andrea Serrao

Avviatosi alla carriera ecclesiastica, scrisse diverse opere in latino, divenne noto perché sosteneva la concezione democratica dello Stato e perché si opponeva al potere della Curia Romana.
Poiché il paese natio era stato raso al suolo da un terremoto, Lui e i suoi fratelli scelsero di ricostruirlo in un altro luogo, provvedendo a proprie spese all’erezione del Pubblico Sedile. Fu lui che propose per il nuovo insediamento il toponimo Filadelfia.
Fu nominato vescovo di Potenza il 18 luglio 1783.
A Potenza il 3 febbraio 1799, Andrea Serrao diede la sua adesione attiva all’erezione nella pubblica piazza dell’Albero della Libertà. Sotto la sua Presidenza, in qualità di Delegato del Direttorio della Repubblica Napolitana, riunì il Parlamento, per eleggere i membri della municipalità.
Il 5 dello stesso mese vennero designati tutti i componenti l’organismo cittadino.
Il Commissario D. Francescantonio Ceglie, confermò l’operato del Vescovo e gli incarichi all’interno della maggior direzione del governo risultarono i seguenti:

  • Presidente, il Vicario ed Arciprete della Cattedrale D. Domenico Vignola;
  • membri della municipalità, il Prov. Cherubino da Potenza, D. Vincenzo Manta, Pasquale Abruzzese, Rocco Napoli, e Saverio Mazzolla, Rocco Marino e Gerardo d’Angelo;
  • giudici giuridici, D. Rocco Catalano e D. Saverio Vaglio;
  • pacieri, D. Nicola Addone e D. Berardino Assisi;
  • Segretario, D. Gerardo Cipriano.

A difesa della città e dell’ordine pubblico venne nominata una guardia civica composta da sedici persone. Purtroppo la scelta dei componenti la guardia fu infelice!
A Napoli i “lazzari” cioè i popolani più scalmanati avevano portato la città nell’anarchia più totale a causa della violenza che esercitavano.  A Potenza si decise di affidare la sicurezza della città nelle mani dei lazzaroni locali. Il comandante della guardia civica divenne, col grado di caporale, Francesco Giacomino, che aveva minacciato di eliminare chiunque  avesse assunto tale ruolo al posto suo. Fra i componenti la guardia c’erano i calabresi (qualcuno dice che li scelse fra i suoi corregionali il Serrao) Antonio Capriglione e Gennaro suo figlio, nativi di Gesualdo, Serafino Falsetti del Lago di Aiello.
Nei giorni seguenti i componenti la municipalità, fra i quali si distinse Nicola Addone, cercarono di consolidare le nuove idee di libertà, di uguaglianza e di fraternità.
I realisti, nemici del nuovo regime repubblicano, fra i quali certamente il principe Loffredo, tramavano per ripristinare il vecchio potere monarchico.
I componenti la guardia civica ricevevano una buona paga, ma forse avendogli i realisti garantito una somma maggiore si rivolsero contro chi li aveva nominati.
Il 24 Febbraio 1799, Antonio Capriglione e il figlio Gennaro entrati nel palazzo episcopale, raggiunsero la stanza del Vescovo, che a letto recitava il breviario.
Il Vescovo appena vide Antonio Capriglione gli chiese che cosa volesse, egli allora gli rispose:
Monsignore il popolo ti vuole morto.
Il Vescovo alzatosi sul letto ebbe appena il tempo di dire:
Ti benedico col popolo…..
Un colpo di pistola al petto gli troncò la vita!
Al cospetto della morte, Serrao manifestò il coraggio che lo aveva contraddistinto in vita, ma soprattutto, sacerdote, si conformò all’esempio di Cristo, benedicendo il suo carnefice.
La morte del Vescovo non fermò la mano degli assassini. Fatta irruzione nel Seminario, Capriglione e gli altri congiurati uccisero il Rettore reggente Padre Serra, conventuale, congiunto del Vescovo.
Mentre la plebe si abbandonava al saccheggio, il Capriglione e gli altri tagliarono le teste delle vittime che furono poste sulle picche.
Furono incendiate e saccheggiate diverse case, fra le quali palazzo Siani in via Pretoria. I fratelli Don Giovanni, sacerdote, e Nicola Siani furono trucidati e le loro teste poste sulle picche.
Le teste delle vittime disposte a formare le quattro estremità di una croce furono portate in giro per la città con codazzo di plebe fra gli schiamazzi e al suono del tamburo.
L’Albero della Libertà venne abbattuto e sostituito con due pali su ciascuno dei quali spiccavano le teste del Vescovo, Monsignor Serrao, e del Rettore del Seminario, padre Serra.
Gli assassini del Vescovo si fecero più spavaldi ed arroganti, lasciando pensare che non si sarebbero fermati a quanto di turpe già commesso e che incominciassero ad avere altre mire che li portavano ad individuare nuovi obbiettivi.
Sicuramente la famiglia Addone era oggetto dell’attenzione di quei prepotenti ma anche dei realisti perché alcuni suoi componenti si erano esposti per la partecipazione ai moti rivoluzionari.
Inoltre gli assassini erano allettati dalla possibilità di un ottimo bottino. Il patrimonio della famiglia Addone era notevole, consistendo in 700 mucche, 40 buoi aratori, 5000 pecore, 120 giumente, 80 muli e 1200 maiali, oltre a 5000 tomoli di grano e 1200 di biade (un tomolo era pari all’incirca a una cinquantina di chili).
I fratelli Nicola e Basileo Addone si assunsero l’incarico di liberare Potenza da quei briganti che avevano ucciso il Vescovo.
Per il 27 i realisti avevano deciso una processione che, partendo dal Monastero dei Riformati (Padri francescani Minori di stretta osservanza) [1], dove prelevato il Sangue di Cristo che ivi si conserva, avrebbe attraversato l’intera città, per porre sotto la protezione della reliquia la popolazione.
Il bando invitava tutti a partecipare possibilmente armati !
Si trattava chiaramente di un pretesto, perché il vero scopo era terminare l’opera appena iniziata tre giorni prima con il massacro degli altri giacobini.
Gli Addone prepararono un tranello nonostante potessero contare solo sulle loro forze e di tre domestici, di cui due mulattieri: un certo Laurino e Romualdo Saracino, noto per essere una forza della natura.
Incaricarono Gaetano Scolletta, calzolaio, conosciuto col soprannome di Societto, di invitare, in orari diversi, i componenti la guardia civica, perché si recassero a casa Addone per ricevere una somma ed altri regali, che i cittadini avevano raccolto a loro beneficio.
Per cupidigia tutti caddero nel tranello, recandosi ad uno ad uno nel palazzo Addone nella speranza forse di avere qualcosa in più dei propri compari, ma, al loro ingresso nella sala dove li attendeva il Societto, furono massacrati dai due domestici, nascosti ai lati della porta e armati ciascuno di ascia.
Morirono così Francesco Giacomino, Antonio Capriglione e Serafino Falsetti. Sembra che Antonio Capriglione, accortosi che qualcosa non quadrasse avesse tentato di fuggire, ma che in un corridoio Basilio Addone l’avesse pugnalato a morte.
Quindi il Societto riprese la sua opera e altri assassini del Vescovo furono attirati nella trappola: Franchino Falsetti, i due fratelli Nido, Rocco Lolito, Francesco Galasso e Antonio Caggiano.
Dopo una uccisione veniva pulita ogni traccia dell’avvenuto massacro, lavato con cura il pavimento veniva ricoperto di segatura, mentre i cadaveri attraverso una botola venivano gettati in una stalla. Il lavoro di pulizia secondo alcuni sarebbe stato effettuato dalle donne di casa Addone, che avrebbero così sostento i loro uomini.
Il figlio di Capriglione ed un altro, sospettando qualcosa perché tanti erano entrati ma poi non erano usciti, non caddero nel tranello. Gennaro, senza entrare nel palazzo, chiamò a voce alta il padre, ma in quell’istante una palla lo colpì in bocca e l’uccise, mentre l’altro che fuggiva, dirigendosi verso il convento di San Carlo, fu ucciso da un colpo di archibugio sparato da una finestra di casa Iorio. Al termine degli scontri si contarono diciassette cadaveri (alcuni diranno trentadue).
Sotto la guida di Nicola Addone venne eretto di nuovo l’albero della libertà e ripristinata la Municipalità.
A capo della Guardia Civica venne designato Basileo Addone.
I cadaveri degli uccisori del Serrao furono esposti nella piazza in cui qualche giorno prima erano state collocate le teste del Serrao e degli altri infelici.
Il giorno dopo i cadaveri furono gettati in una fogna presso il Monastero dei Riformati, sulla quale, caduta la repubblica, al ritorno dei Borboni, fu costruita una cappella, per ordine del capo brigante Sciarpa [2].
Questa chiesetta denominata Cappella dei martiri durò poco in quanto il popolo andato via Sciarpa la distrusse dalle fondamenta sperdendone ogni avanzo.

altare sangue

Note
[1] Santa Maria del Sepolcro. Entrando sulla destra si trova l’Edicola del Santissimo sangue. Il Vescovo di Potenza Claverio effettuò, per conto di papa Innocenzo X, una visita a Grumento dove ottenne metà della reliquia che lì era conservata. Si tratta di un’ampolla che contiene una zolletta di terra imbevuta di Sangue di Cristo raccolta sul Golgota. 

[2] Gerardo Curcio di Polla in provincia di Salerno. Sanfedista saccheggio la città di Potenza, come già aveva fatto negli altri paesi della regione da lui occupati, dando luogo ad un massacro senza curarsi né di sesso né di età. Per i suoi meriti, fu prima promosso da caporale a colonnello e, poi, il 24 maggio del 1800, il re di Napoli gli conferì il titolo di barone sulla tenuta di Campigliano.

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