I moti del Cilento del 1828

Nel 1821 iniziò la guerra d’indipendenza della Grecia dalla Turchia.

La repressione dei Turchi fu violenta.

Gregorio V, patriarca di Costantinopoli fu impiccato nel 1821 per rappresaglia contro i moti di indipendenza dei greci.

Nel 1822 i turchi sedarono la rivolta dell’Epiro con il terrore, la popolazione dell’isola di Chio fu sterminata.

L’opinione pubblica europea fu colpita da questi eventi e molti giovani liberali partirono per unirsi ai rivoluzionari greci.

Il pascià egiziano Mehmet Alì, portò un decisivo aiuto al sultano ottomano che gradualmente riconquistò gran parte della Grecia.

Le potenze europee nel 1827 con lo scopo di por termine all’oppressione dei greci e dare loro la libertà, intervennero:  a Navarino le navi di Francia, Inghilterra e Russia sconfissero e distrussero la flotta turca.

Nel Regno delle due Sicilie, si incominciò a pensare che se la Russia, la Francia e l’Inghilterra avevano fatto guerra ai Turchi per liberare dalla schiavitù i Greci, occorreva creare condizioni analoghe perché esaminassero la possibilità di far guerra al Borbone che teneva in schiavitù le popolazioni della penisola italiana.

I membri della società segreta “I Filadelfi” napoletani giudicarono che fosse giunto il momento dell’insurrezione con lo scopo di reclamare il ripristino della Costituzione napoletana del 1820.

Il moto scoppiò in Giugno nel Cilento, un territorio montuoso che si estende nella parte meridionale della provincia di Salerno da Paestum al golfo di Policastro, un tempo facente parte della Lucania.

La rivolta scoppiò al tramonto del 27 giugno.

Da Montano Antilia e da Centola il 28 giugno i rivoltosi raggiunsero  Palinuro dove occupato il forte si impossessarono di pochi moschetti e di polvere da sparo inutilizzabile perché inumidita.

A Camerota, inalberarono la bandiera tricolore, e proclamarono la Costituzione francese.

Ispiratore della rivolta era il Canonico Antonio Maria De Luca, che abbandonata la Carboneria aveva aderito alla setta dei Filadelfi,  deputato al Parlamento napoletano nel 1820 per il distretto di Vallo della Lucania.

I rivoltosi proseguirono per Centola, Marina di Camerata e Licusati dove li accolse la popolazione, mentre i borghi più grandi non partecipavano all’iniziativa restando in attesa degli eventi.

Il 30 a San Giovanni a Piro, i ribelli incontrarono una certa resistenza, che superarono con qualche difficoltà. Entrati nel paese saccheggiarono le case.

Quindi intimarono al Comune di Bosco di preparare dei viveri e di accoglierli in paese, altrimenti avrebbero ricevuto lo stesso trattamento di San Giovanni a Piro.

Giunti a Bosco furono accolti dalle autorità civili e religiose, fra rami d’ulivo e suono di campane a festa.

Fu celebrata dal Parroco D. Rocco Cetrangolo una messa d’augurio e di ringraziamento; l’omelia fu tenuta dal Canonico De Luca che espose sui vantaggi di uno stato costituzionale.

Da quel momento in poi i paesi che venivano attraversati davano spontaneamente la loro adesione alla rivolta.

Ma Francesco I, aveva affidato al maresciallo Del Carretto l’incarico di stroncare la rivolta al più presto prima che potesse rafforzarsi.

Il Del Carretto con 8.000 fra soldati e gendarmi dotati anche di artiglieria entrò nel Cilento.

I rivoltosi consapevoli della loro debolezza decisero di liberare i prigionieri e di sbandarsi.

Molti si rifugiarono nei boschi e altri si arresero.

Il De Carretto ordinò di portare in catene a Salerno i prigionieri, di questi molti morirono nel viaggio per i maltrattamenti e i loro cadaveri rimasero insepolti sulla via.

A Bosco senza processo furono fucilate venti persone, il paese fu messo a fuoco e raso al suolo a colpi di cannone.

Il Mazziotti in proposito scrive:
“Una turba di soldati e di gendarmi, eccitati da un feroce impeto di distruzione; ad un segnale convenuto si scaglia violentemente su il povero villaggio, penetrando a viva forza nelle case per espellerne gli abitanti. Molti fortunati avevano già lasciato il paese e trovato scampo in quelli vicini. I miseri cittadini che vi erano rimasti, all’orrenda minaccia della distruzione delle loro case, supplicano atterriti e piangenti che venga loro risparmiata tanta rovina; a scongiurarla vecchi, donne, bambini si addossano alle mura, si stringono a le suppellettili, quasi per perire anch’essi con le pareti domestiche. Invano gli sbirri a colpi di frusta li sospingono fuori, incalzandoli a le reni lontano dal paese. Le poche masserizie vengono gettate a la rinfusa dalle finestre precipitando rumorosamente in mezzo alla strada. Portato il fieno le frasche i gendarmi appiccano il fuoco. Le fiamme a poco a poco si elevano crepitando, investendo le mura, cadono le travi con orribile frastuono, mentre i cittadini pallidi, esterrefatti assistono a breve distanza, alla loro estrema rovina. Il fuoco prosegue la sua opera di distruzione durante la notte, ed ai primi albori, appare un mucchio di rovine fumanti, mura arse, annerite, cadenti. Restò intatta solo la chiesa, risparmiata da quei vandali per ipocrisia e bigottismo”.

Per decreto reale il comune di Bosco fu soppresso, il suo nome fu cancellato dall’albo dei comuni del regno. Ai suoi abitanti fu vietato ricostruire le proprie abitazioni in quel sito e nel suo tenimento.

Dove un tempo era l’abitato di Bosco venne eretta una “colonna infame”, cioè una colonna a ricordo di quanto era accaduto per ricoprire d’infamia gli abitanti del luogo, ma che nei fatti ricordava l’infamia di cui i borbonici si ricoprirono nel 1828.

Il Carretto ebbe dal re il titolo di marchese, la croce di cavaliere, e trecento ducati annui di rendita. Croci,  medaglie e lodi ebbero gendarmi e soldati.

Nel villaggio di Perito fu archibugiato un uomo, Matteo Cirillo, perché sorpreso con del pane che portava in campagna ai suoi contadini.

Le Commissioni militari di Vallo e di Napoli condannarono a morte trentaquattro persone, diciassette all’ergastolo, otto a trent’anni, ed altri sessantaquattro dai venticinque ai dieci anni di ferri; in tutto cento dieci persone; fra i quali dieci preti e frati, sette militari, quattro impiegati, due negozianti, sei artisti e uomini di lettere, nove medici, cinque avvocati, ventinove proprietari, quattro artigiani, e ventiquattro contadini.

Furono condannati a morte il canonico Antonio De Luca, Michele Bortone del Comune di Acquarena, il sacerdote Giovanni De Luca del Comune di Montano, Filippo De Ruocco del comune di Massicella, contadino, Davide Riccio del comune di Cardile, proprietario, Antonio la Gatta del comune di Massa, falegname, Vito Giuseppe Tambasco del comune di Montano proprietario, Niccola Cobucci del comune di Bosco, proprietario, Niccola Camello del comune stesso, contadino, Carlo Da Celle guardiano del convento de’ cappuccini di Cammarota, Arcangelo Dagnini di Palermo, Domenico Antonio De Luca di Licusati, Angelo Lerro del comune di Omignano, proprietario, Giovanni Battista Mazzara di Licusati, contadino, Giuseppe Bufano di Polla, Niccola e Alessandro Cammarano possidenti del comune di Montano, l’avvocato Teodosio De Dominicis del comune di Ascea, Gennaro Greco e Felice De Martino di Cammarota, possidenti, Leonardo De Luca di Celle, Biagio Saturno di Licusati e Carmine Cirillo di Perito, contadini, Angelo Raffaele Pandolfi possidente del comune di Omignano, Tommaso Giansante possidente del comune di Rionero, Giuseppe Antonio Guida contadino del comune di Celle, Antonio Migliorati negoziante di Napoli, Francesco Antonio Diotaiuti di Cammarota, sacerdote, Cesare Carlo impiegato nella cancelleria dell’università di Napoli, Gherardo Cristaino di Sicignano, sacerdote; Emilio De Mattia proprietario di Vallo, Diego De Mattia pittore di Vallo, Giuseppe Caterina pizzicagnolo di Omignano.

Dei trentaquattro condannati a morte, otto ebbero la pena commutata in quella dei ferri: gli altri furono uccisi tutti.

Morirono da eroi gridando viva la libertà. Il canonico De Luca e il cappuccino Carlo da Celle vollero arringare i soldati, ma le loro voci furono oppresse dal rumore dei tamburi.

Un discorso a parte merita la sorte dei fratelli Alessandro, Davide e Licurgo Riccio di Cardile.

Il 27 maggio del 1828, i Riccio erano insieme ai fratelli Capozzoli in una casa di campagna situata nella parte alta di Cardile, visto giungere i gendarmi che stavano accerchiando il paese i tre fratelli si armarono e si dettero alla fuga.
Alessandro scelse di andare verso la zona interna, unendosi alla banda dei Capozzoli; Licurgo, che forse si voleva nascondere a Gioi, si imbatté nelle guardie sul ponte vecchio; cercò di indietreggiare verso un mulino, ma le guardie di Monte Cicerale lo uccisero; Davide, invece, cercò di nascondersi a Cardile, ma le guardie incominciarono a far fuoco, ferendolo ad una gamba. Caduto a terra, riuscì ad impugnare il fucile e sparando ferì gravemente il caporale Cerro, che morì sulla strada per Vallo.

Davide come abbiamo visto prima risulta fra i ventisei fucilati. Il giorno precedente l’esecuzione la madre, pur di non vedere il figlio ucciso in piazza, gli fornì una fialetta di veleno. Davide bevve il veleno e morì. Il suo cadavere per ordine del maresciallo Del Carretto, il 20 luglio del 1828, fu ugualmente fucilato, sorretto da pali infilzati nella schiena.

Alessandro, invece, partecipò alla rivolta in particolare alla presa di Palinuro avvenuta il 28 giugno, poi, quando i rivoltosi si diedero ai boschi riparò nei monti intorno a Montesano. Ferito in uno scontro con le guardie di Moliterno, decise di separarsi dai compagni e di rientrare a Cardile per cercare notizie del fratello Davide.

Il 29 luglio incontrò i due scalpellini, Carlo Maria D’Andrea e il nipote Angelo Rocco, entrambi di Campora, che ben conosceva perché Carlo era suo compare e a loro chiese aiuto per trovare un po’ di fresco e riposarsi.

Quando si fu addormentato fu da essi attrocemente assassinato.

I due ebbero in premio quattrocento ducati per il tradimento e l’omicidio di Alessandro Riccio e  vennero ascritti a vita fra le guardie urbane di Campora.
Per ordine di Del Carretto, le teste dei ventisei fucilati e quella di Alessandro Riccio, messe in gabbie di ferro, furono portate in giro per i villaggi, ed esposte nei luoghi più frequentati, difronte  alle case dove abitavano le mogli, le madri, i figli.

La mano della reazione fu dura anche con le donne: Serafina Apicella Gallotti fu orribilmente torturata a Salerno, e condannata a 25 anni di detenzione; Alessandrina Tambasco ebbe dieci anni di reclusione; sei ne ebbe Rosa Bentivenga di Castelsaraceno; Niccolina e Michelina Tambasco furono rimesse in libertà dopo aver patito più mesi di prigionia.

E anche nel commutare la pena il re Francesco I non dimostrò pietà. Volendo salvare uno solo dei fratelli De Mattia, impose alla loro zia di sceglierlo fra i due. Invano l’infelice supplicò che fossero salvi ambedue, o che la scelta fosse fata dal re. Egli fu irremovibile, minacciando: scegline uno o moriranno ambedue; hai mezz’ora di tempo; la donna dopo una lotta straziante scelse Diego,  svenne e smarrita la ragione andava ripetendo: io ho ucciso il povero Emilio.

Grande fu il numero di quelli mandati per molti anni ai ferri e agli ergastoli.

Elenco delle vittime

Condannati all’ Ergastolo: Carmine, Giovanni, Filippo e Paolo Vallante del comune di Massicella, contadini; Pasquale d’Urso, e Filippo Passarelli di Forio, contadini ; Cono Mercurio possidente; Tommaso di Spirito e Filippo di Benedetto, contadini ; Ruggiero Gibone proprietario; Pasquale Gigliante contadino; Tommaso Imbriaco, Rocco Fatigati, Vincenzo Colonnese.e Domenico Speranza, contadini; Antonio Bianco di Palermo dimorante in Salerno, già colonnello del corpo del Genio; Emanuele Costa di Napoli ex-monaco celestino.
A 30 anni di ferri: Luigi Pannini di Napoli, medico domiciliato in Salerno; Gregorio Costa di Napoli, maestro di scuola; Pietro Tortora di Nocera, legale; Giuseppe Torres di Napoli, precettore di lingua francese; Gerardo Balbi proprietario; Niccola del Giudice, Giuseppe De Marco e Francesco Orsaia contadini del comune di Bosco.
A 28 anni di ferri
: Michelangelo Mainenti di Vallo, proprietario e Francesco de Vita di Contursi, proprietario
A 26 anni di ferri: Prisco Canfora di Nocera, medico, Giuseppe De Caro di Roccagloriosa, proprietario; Francesco Saverio Longo di Ogliastro, incisore; Saverio Nisi di Castelluccio, orologiaro; Andrea Savino di Castel Ruggiero, ricevitore del registro.
A 25 anni di ferri: Vincenzo Riola di Montefusco, legale; Enrico Bianco di Melazzo dimorante in Salerno, già capitano dei Cacciatori Bersaglieri; Raffaele Fatigati di Napoli, sacerdote; Giuseppe Cammarano di Montano, sacerdote; Giuseppe Farao di Napoli, medico distinto per cuore ed ingegno, morto nei ferri; Giovenale Rossi di Jago, medico; Benvenuto Rossi di Jago, medico; Benvenuto De Luca e Benvenuto De Cusatis di Celle, proprielari; Giovanni Garso, proprietario; Vincenzo e Francesco Verdoliva, vetturini; Pietrantonio Sergente, chirurgo del comune di Giffoni: Raffaele Sparano, legale di Salerno; Michele De Robertis del comune di Giffoni, sacerdote; Gabriele Gannotto , proprietario; Tommaso Guida, contadino; Vincenzo Miraldo, contadino; Antonio Carriello, contadino.
A 24 anni di ferri, colla multa di 500 ducati: Saverio Mallitani Di Donato, tenente dei reali Veterani; Domenico De Luca, arciprete di Celle.
A 22 anni di ferri, colla multa di 500 ducati: Emanuele di Donato di San Valentino, medico.
A 19 anni di ferri, colla multa di 500 ducati: Cristoforo Barberio, negoziante di Napoli; Gaetano Criscuolo di Nocera, proprietario; Andrea Lauro di Montano, legale; Andrea Bonito di Napoli, gendarme a cavallo; Pasquale Del Vecchio di San Martino nel Cilento, gendarme; Niccola Semmola, farmacista in Napoli; Alfonso Trucillo di Salerno, scribente; Antonio Viotti di Acqui in Piemonte, primo sergente dei Veterani; Angiolo Padelli di Sersale, capitano del reggimento Re fanteria; Giacomo Torrana, Celestino Torres, Vincenzo Celentano, Pasquale Apicella, proprietari: Luigi Manzelli, ingegnere; Francesco Saverio Guida proprietario di Salerno; Domenico Calabria di Vibonati.
A 10 anni di carcere: Giovanni Speranza , Michelangelo e Francesco Cammarano; Antonio Parlati, medico; Prospero Barone Landulfo; Francesco Giuliano, proprietario di Napoli; Gaetano de Luca; Pietro Bianco, cancelliere del comune di Montano.

Bibiografia:

  • Atto Vannucci: I martiri della libertà italiana del 1794 al 1848- Le Monnier 1860
  • Carlo Belviglieri: Storia d’Italia dal 1814 al 1866, Volumi 1-2- Milano 1868
  • Gabriele Fantoni: Nuovo diurno italiano: ossia, Compendio di storia italiana ne’ suoi martiri – Venezia 1867
  • Gabriele Fantoni: Diario dei martiri italiani dal 1176 al 1870 – Tip. della Minerva dei fratelli Salmin, 1885
  • Ferdinando Ranalli: Storia degli avvenimenti d’Italia dopo l’esaltazione di Pio IX al Pontificato: Con 12 incisioni in rame. – Firenze: Vincenzo Batelli e compagni, 1849
  • Matteo Mazziotti, ”La rivolta del Cilento nel 1828 narrata su documenti inediti. Roma, Milano, ecc. – Società Editrice Dante Alighieri, 1906

Francesca de Carolis Cafarelli ________ Il Canonico Antonio De Luca

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