Il Canonico Antonio De Luca

De Luca Antonio Maria (Celle di Bulgheria -Salerno- 20 ottobre 1764 – Salerno 24 luglio 1828) sacerdote della Congregazione del Redentore, insegnò Teologia nel seminario di Policastro Bussentino.

Percorse diverse province del Regno predicando per le missioni avendo occasione di abbracciare amicizie dovunque.

Canonico della cattedrale di Policastro molto popolare  tra i fedeli.

Abbracciò le idee di libertà che avanzavano dalla Francia e le diffuse con successo in tutto il Cilento.

Nel 1798 fu arrestato per la prima volta. Liberato con la Repubblica partenopea, di nuovo arrestato con la caduta della stessa.

Nel periodo murattiano aderì alla Carboneria.

Il ritorno, nel 1815, sul trono di Napoli di re Ferdinando, fu accolto positivamente anche da ampi settori della Carboneria. Ma Ferdinando tradì le speranze e le aspettative ridando vigore alla cospirazione.

Nel 1820 il re  fu costretto a concedere la costituzione spagnola ed il 22 luglio furono indette le elezioni per il Parlamento di Napoli.

De Luca venne eletto deputato per il distretto di Vallo della Lucania, assieme ad altri sei rappresentanti della provincia di Salerno.

Da deputato si batté in favore dei contadini, nelle nascenti lotte al latifondismo. Per dare l’esempio De Luca donò ai contadini di Celle parte delle sue proprietà terriere.

Quando venne sciolto il Parlamento De Luca fu condannato a risiedere a Napoli in condizione di libertà vigilata.

È un periodo di fervida attività clandestina. De Luca si avvicina agli ambienti facenti capo alla setta segreta dei Filadelfi che a Napoli e a Salerno aveva una forte presa negli ambienti rivoluzionari. Fra i suoi contatti più assidui Antonio Gallotti.

Nell’aprile del 1828 ottenne di poter ritornare a Celle. Durante il viaggio di ritorno a Vietri sul mare incontrò il colonnello Antonio Blanco che, con al figlio capitano, avrebbe dovuto guidare i rivoltosi.

Anche in Cilento ebbe altri incontri, ma sempre seguito dalla polizia che lo lasciava fare per individuare tutti i cospiratori.

L’inizio della rivolta fu fissata per la notte fra il 27 e il 28 giugno 1828. La polizia ne fu subito informata, perché Antonio Gallotti si era confidato con il cavalier Carlo Iovine di Angri, una spia della polizia che si fingeva rivoluzionario .

Per questo fu facile alla polizia arrestare i liberali di Napoli e di Salerno appena avuto notizia dell’inizio della rivolta.

L’insurrezione del Cilento fu breve perché l’arrivo del maresciallo Del Carretto con ottomila fra gendarmi e soldati ben armati suggerì ai rivoltosi di disperdersi e di cercare la fuga chi sui monti chi trasferendosi in altre regioni.

Il 7 luglio gran parte dei rivoltosi si arrese a Vallo della Lucania; si sottrassero alla cattura soltanto il Gallotti, i fratelli Capozzoli di Capaccio, i fratelli Riccio e il De Luca.

Quest’ultimo si era rifugiato in una casa di campagna lontana da Celle.

Il maresciallo, che aveva dato luogo ad una feroce repressione nei paesi del circondario di Vallo, non riuscendo a catturare il Canonico De Luca, minacciò di radere al suolo Celle, così come aveva già fatto con il villaggio di Bosco.

A tale minaccia il vescovo Laudisio consigliò al De Luca di consegnarsi e gli garantì il proprio interessamento per la sua sorte.

Ma le cose andarono diversamente! De Luca e il nipote Giovanni De Luca, sacerdote anche lui, si consegnarono alla giustizia.

Portato a Vallo fu torturato ma non rivelò nulla che potesse danneggiare e coinvolgere i suoi compagni di sventura.

Il De Luca, il nipote ed altri otto rivoltosi furono sottoposti ad un processo sommario e condannati a morte.

Gli otto condannati laici vennero fucilati all’alba del 19 luglio mentre l’esecuzione dei due De Luca venne rinviata perché godevano dell’immunità in base al Concordato del 1818 fra il Regno delle Due Sicilie e la Chiesa.

Il Del Carretto affinché fossero ridotti allo stato laicale si rivolse al vescovo di Policastro, Filippo Speranza, che rifiutò, allora si rivolse al vescovo di Conza, Michelangelo Lupoli, che oppose analogo rifiuto.

Accettò invece il vescovo di Salerno, Camillo Alleva.

I condannati vennero trasferiti a Salerno, dove furono portati nella sacrestia del duomo davanti al vescovo vestiti dei paramenti sacri con calice ed ostia.

Il vescovo strappò loro il calice e l’ostia e con un pezzo di vetro tagliò loro i capelli ed incise i polpastrelli del pollice e dell’indice.

Il De Luca, guardando fisso negli occhi il vescovo e gli gridò “ora non siamo più preti?”.

I due condannati furono poi rinchiusi nella cappella detta del Monte dei morti, assistiti per tutta la notte da un frate.

Si racconta che De Luca chiese al frate di riferire al suo vecchio amico carbonaro, Ludovico Coscia, che egli moriva tranquillo “per il bene comune e che lo sceglieva come vendicatore del sangue proprio e dei compagni”.

Si dice ancora che in punto di morte pronunziasse il verso virgiliano “Exoriare aliquis nostris ex ossibus ultor” (Che nasca un giorno dalle mie ceneri un vendicatore).

All’alba del 24 luglio 1828 i due condannati, legati e bendati, furono condotti al luogo dell’esecuzione e fucilati.

Le loro teste furono portate in giro ed esposte in gabbie di ferro per ammonire ed atterrire i loro concittadini.

I moti del Cilento del 1828 _______________ Costabile Carducci

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