L’eccidio del Conte Gattini

I primi giorni dell’Agosto 1860 sono i giorni dell’eccidio di Bronte (Catania).

Furono i giorni di una rabbia cieca che da tempo cresceva in un’ampia parte dei cittadini meno abbienti di Bronte che si sentivano defraudati del diritto di sfruttamento di una vasta area del territorio comunale.

Nel 1491 papa Innocenzo VIII aveva donato all’Ospedale di Palermo la Ducea, cioè tutti i possedimenti un tempo appartenenti alle due abbazie di Maniace e di Fragalà, nel 1799 Re Ferdinando donò questo grande feudo all’ammiraglio Nelson per avergli salvato il trono.

Gli abitanti di Bronte portarono avanti per più di tre secoli la “grande lite” rivendicando i diritti comuni sulle terre dell’Abbazia di Maniace contestando l’operato dei monaci che illegittimamente si erano appropriati di alcune terre del comune.

La stessa donazione del 1491 era da considerarsi non legittima in quanto il papa aveva ricevuto in dono questi possedimenti da un abate commendatario, Roderigo Borgia (futuro papa Alessandro VI), che ne aveva solo l’usufrutto, mentre la proprietà era dei monaci.

Le vicende giudiziarie sembrarono concludersi a favore del comune contro i diritti feudali dell’Ospedale nel 1774, ma re Ferdinando I di Borbone nel 1799 operò un secondo trasferimento illegale della proprietà alla famiglia Nelson.

Gli abitanti di Bronte persero così il diritto di far legna e di pascolare il bestiame nell’ampia zona che prese il nome di Ducea di Bronte e con i nuovi proprietari inglesi il divieto di accesso fu rigorosamente imposto e fatto rispettare.

Bronte, sito alle pendice dell’Etna, ha un territorio occupato da poche terre fertili le altre sono aride perché di origine vulcanica.

I popolani vedevano in Garibaldi il liberatore dalla tirannide borbonica che li avrebbe liberati dalla miseria togliendo la tassa sul macinato e che avrebbe assegnato loro il demanio comunale come aveva già fatto con il decreto del 2 giugno che disponeva la quotizzazione delle terre demaniali e l’abolizione dei latifondi.

Il risentimento popolare nei confronti dei proprietari terrieri, del clero e dei borghesi aumentò fino a sfociare in una rivolta che fra saccheggi e violenze inaudite durò fino al 5 Agosto, al termine si contarono sedici morti e danni notevoli alle proprietà dei maggiorenti. L’unica proprioetà che non fu interessata dal moto popolare fu proprio la Ducea.

Bixio giunto a Bronte il 6 Agosto fece arrestare tutti quelli che venivano indicati come colpevoli.

Una commissione di guerra dopo un breve processo condannò a morte cinque persone che furono giustiziate all’alba del 10 Agosto. Un altro centinaio di prigionieri fu portato a Catania per essere processato. Nel 1863 trentasette di loro furono condannati all’ergastolo.

In Basilicata la rivoluzione era ormai pronta: non appena fossero giunti i comandanti militari promessi dal Comitato di Napoli sarebbe stata proclamata l’insurrezione e l’annessione al regno d’Italia.

A Matera si verificò un eccidio con matrice reazionaria.

Da alcuni mesi nel popolo si era affermata l’idea che alcuni proprietari terrieri avevano usurpato al demanio vaste aree del territorio comunale.
Verso la fine di luglio l’agitazione popolare aumentò anche a causa delle azioni sobillatrici dei reazionari borbonici che puntarono a colpire proprietari terrieri di area liberale, cioè favorevoli all’unificazione all’Italia della terra lucana.

Il Re Borbone, nel tentativo di riconquistare il favore dei suoi sudditi, aveva concesso la Costituzione e decretato il riconoscimento degli usi civici delle terre demaniali.

Il popolo materano contestò con più forza i diritti di proprietà di alcuni latifondisti: il marchese Pomarici, il duca Malvezzi, il marchese Venusio, Francesco Paolo Porcari, Filippo Giudicepietro, Francesco Paolo Volpe e iel Conte Francesco Gattini, ma le attenzioni si spostarono principalmente su quest’ultimo perché era il più vicino al pensiero liberale.

Il Re Francesco II aveva anche decretato la concessione di un’amnistia e i reazionari materani fecero capire ai contadini che l’amnistia concedeva un’impunità di sei mesi per i reati commessi in questo periodo di tempo. E i contadini si convinsero che fosse giunto il momento di impadronirsi, con ogni mezzo, delle terre usurpate dai grandi proprietari agrari (politicamente schierati per le idee liberali).

Il Conte Gattini, resosi  conto di quello che si stava tramando, si rivolse alle autorità politiche e militari della città, nelle persone del sottointendente Francesco Frisicchio, dell’Ispettore di  Polizia Giustino Pisani, del tenente di Gendarmeria Nicola Signoretti e del capo-urbano Gennaro De Miccolis, pregandoli di adottare le giuste misure per evitare l’irreparabile.

Contemporaneamente scrisse al Sindaco affermando la sua disponibilità perché fosse accertato se fra i suoi terreni vi fossero appezzamenti demaniali e, in tal caso, dava la sua disponibilità a restituirli alla proprietà pubblica.

Il Conte fece comunicare quanto da lui deciso anche per mezzo della grida pubblica.

Questo atto di liberalità del Conte parve una vittoria ai rivoltosi che chiesero anche agli altri agrari e allo stesso Vescovo, sospettati di aver usurpato terre demaniali, di rilasciare analoga dichiarazione dinnanzi al Sindaco.

Allora tutti i borghesi interessati perché sospettati dai rivoltosi si recarono in delegazione dal sottointendente e dal tenente di gendarmeria per essere difesi dalle possibili angherie. Ma la risposta delle autorità fu che non vi erano istruzioni in merito.

La guarnigione forte di ben 80 uomini non intervenne per prevenire quanto si stava preparando.

I rivoltosi, rassicurati dall’appoggio manifesto della gendarmeria, chiesero ed ottennero le dimissioni del Sindaco Tommaso Giura Longo.

Giovanni Corazza eletto nuovo Sindaco come primo atto nominò l’avvocato Giambattista Matera di Miglionico, affinché si accertasse dai documenti che presentava il Gattini la validità o meno dei titoli di proprietà.

Giambattista Matera era notoriamente un liberale essendo stato, nel 1856 e nel 1857, uno dei principali capi della cospirazione Mazziniana, nominandolo il Sindaco cercava di coinvolgerlo anche sul piano della responsabilità politica.

Il Segretario del Gattini era Francesco Laurent, musicista e liberale, agente di collegamento con il Comitato di Corleto e presidente del Comitato materano.

Ma molti erano i nemici che volevano il Gattini morto, fra tutti la maggiore responsabilità deve essere attribuita al ricco possidente Gennaro De Miccolis comandante della Guardia Nazionale, che odiava il Conte sospettandolo di aver ostacolato le sue ambizioni quando invano aveva cercato di divenire Capo-Urbano ma anche quando aveva chiesto ed ottenuto l’ultimo incarico nella Guardia Nazionale.

Il 5 e il 6 Agosto fu chiaro che le cose volgevano al peggio. Il 7 agosto i contadini non andarono al lavoro e  minacciarono apertamente di morte il Gattini e il Laurent, suo consigliere, dicendosi convinti che solo con il sangue i demanii sarebbero stati riconquistati.

Il Gattini, fece allontanare da Matera la moglie e i figli, facendoli partire per Altamura e poi per Trani.

Sul far della sera alcuni rivoltosi, dopo aver acquistato dell’acqua ragia da un droghiere di Altamura, diedero fuoco al portone del palazzo Gattini.

Il Conte, Laurent e i camerieri riuscirono a spegnere il fuoco prima che l’incendio si propagasse al resto dell’edificio.

La Guardia Nazionale avvertita non intervenne.

Il giorno 8 alle porte della città un gran numero di facinorosi impedì ai contadini di recarsi in campagna, mentre altri percorrevano le vie della città armati, minacciando morte e distruzione.

Il Gattini, spaventato ed atterrito da quanto era accaduto e dalle notizie ricevute su quanto stava accadendo, fece sapere al Sindaco per mezzo del sacerdote Contini che egli era disposto a cedere un quarto e finanche un terzo della sua proprietà con atto notarile.

La sua proposta fu respinta e la folla chiese che la divisione delle terre del demanio fosse fatta seduta stante.

Un gruppo più violento iniziò a menare colpi di scure sul portone per abbatterlo.

Allora il Conte si affacciò al balcone dicendosi disposto a cedere l’intera sua proprietà e dando notizia di aver mandato a prendere le carte dal notaio.

Per dar segno della sua disponibilità lanciò le monete contenute in una borsa, ma i contadini lo presero come un atto di disprezzo nei loro confronti.

Una scarica di archibugi fu la risposta della folla inferocita.

La folla sempre più numerosa riuscì ad abbattere il portone e ad entrare nel palazzo che iniziarono a devastare. Furono rubati pacchetti di monete per complessivi ducati 3361,60.

Il Gattini, il nipote Enrico Appio e Francesco Laurent riuscirono a rifuguarsi, per mezzo di una scala segreta, nella stalla del Duca Malvezzi.

Venne trovato un cameriere del Conte, Michele Rondinone, che terrorizzato indicò dove il Conte si era nascosto.

Il Conte venne scovato e portato fuori della stalla fra grida di scherno, qui, ricevette i primi colpi: una stilettata alla tempia sinistra e una baionettata.

Mentre la folla gridava: “Viva il Re, morte a Gattini.”, il poveretto venne trascinato sulla piazza e posto su una sedia dove fu colpito da una scure all’occipite.

Venne posto più in alto perché tutti potessero vederlo. Il Conte chiese un sorso d’acqua. Uno dei presenti, mosso a pietà, gliene portò un bicchiere, ma un altro facinoroso con un colpo fece saltare in aria il bicchiere gridando: “Cristo ebbe il veleno!”.

Un altro domestico del Gattini, Giovanni Santorsola, fattosi largo fra la folla, disse al suo padrone che il notaio non aveva potuto trovare in casa le carte necessarie per l’atto di cessione delle proprietà.

Il Gattini restò in silenzio a fissare sconfortato il proprio domestico. La folla colpì il Santorsola che, pur avendo ricevuto una scarica di bastonate e un colpo di stile, riuscì a fuggire ed a nascondersi in casa di una pietosa donna.

Nel frattempo anche Laurent venne trascinato in piazza. Come il Gattini lo vide avvicinare, esclamò: “Tu ci colpi ai guai miei”.

Queste parole diedero il via ad una ferocia senza limiti. Un forcone colpì negli occhi il Laurent e poi al ventre il Gattini. Un altro popolano inferse al Conte colpi di baionetta e gli assestò un colpo di mazza.

Il vilipendio dei cadaveri non terminò e lo scempio continuò a lungo.

Ma la ferocia della folla non era soddisfatta. Venne preso anche Michele Rondinone e lo trascinarono dove giacevano i due cadaveri. Lo accusarono di non aver fatto consegnare le carte del padrone e smisero di colpirlo solo quando lo videro cadavere.

In mezzo alle grida assordanti di Viva il Re, i cadaveri vennero trascinati all’ultima loro dimora.

I gendarmi assistettero a questa orrenda scena di sangue senza intervenire anzi alle grida dei facinorosi rispondevano con le stesse parole di Viva il Re.

Il Sottintendente, l’Ispettore di Polizia, il Tenente di gendarmeria ed il capo della Guardia Urbana si giustificarono dicendo che non potevano rischiare anche la vita dei pochi gendarmi disponibili.

Scrive il Lacava:”La reazione di Matera fu la nota discordante nella Basilicata nell’Agosto 1860. Da pertutto entusiasmo pel trionfo della causa nazionale; e solo in Matera tumulti di plebe facinorosa, col pretesto di fedeltà al Borbone, insanguinano quella città.”

La rivolta della Gancia ______________ Dalla Sicilia al continente

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