La rivolta della Gancia

A Palermo, nella notte tra il 3 e il 4 aprile 1860, circa sessanta rivoltosi entrarono nel Convento della Gancia dei frati minori, per dare il via alla rivoluzione.

Ma il capo della polizia, informato da un frate, fece intervenire i soldati borbonici che uccisero una ventina di rivoltosi.

Altri 13 furono arrestati, processati e fucilati.

Capi della rivolta furono: sul campo Francesco Riso e, da Genova, Francesco Crispi.

Ma la scintilla della Gancia non si spense.

La situazione rischiava di diventare pericolosa per i borbonici in tutta la Sicilia. Molte città dell’isola erano in fermento.

Ai primi di Maggio la bandiera tricolore sventolava da per tutto, la guardia Nazionale fu ordinata in molti comuni.

La rivolta mise in evidenza la debolezza del governo borbonico, ma, dopo il fallimento del tentativo di Pisacane, confermò anche la debolezza dei mazziniani.

Fu anche palese che l’iniziativa rivoluzionaria non poteva essere affidata ad un qualsiasi personaggio fedele alla casa sabauda, e che per tale impresa fosse necessario l’impegno di una personalità di grandi capacità militari.

Senza la rivolta della Gancia, probabilmente, non avremmo avuto Garibaldi in Sicilia con i suoi mille e non avremmo avuto il compimento della rivoluzione del 1860.

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