Sapri: Lettera di Francesco Pizzicara a Carmine Senise

Sapri, 8 Agosto 1860.

Carissimo amico,

Vi scrivo da Sapri ove mi trovo per usare bagni di mare. In altra epoca vi avrei parlato di questo paese, come quello che è per divenire una delle più belle città che adornar devono le spiagge del Tirreno, vi avrei parlato de’ suoi ridenti giardini di agrumi che frammezzano l’abitato, del suo porto naturale, della cordialità e bontà di molti dei suoi abitanti; ma poiché ora ogni cosa è assorbita dalla politica, è per questo che io vi parlerò dell’attuale condizione politica di Sapri.

Sventuratamente questo paese è la patria del famigerato prete Vincenzo Peloso, e di tutta quella banda Pelusiana che furono gli uccisori ed i complici nell’atroce assassinio del valoroso ed egregio Colonnello della Guardia nazionale di Salerno, del degno Deputato Costabile Carducci, consumato in Acquafredda a dì 4 luglio 1848.

Assassinio non solo tutt’ora impunito, che costò persecuzione e carcere a tutti i buoni ed onesti cittadini, i quali non applaudirono, non secondarono quell’impresa scellerata; che costò destituzione e persecuzione dell’ottimo Giudice sig. de Clemente destinato a compilarne il processo; che costò destituzione e carcere al Giudice Regio di Vibonati sig. Palieri, che rapportava alle autorità gli autori dell’assassinio; ma quello che fa meraviglia si è che in questi tempi, che si dicono di libertà e di giustizia gli autori di tanta inaudita scelleraggine, vanno tuttavia liberi e pettoruti per l’abitato, colmi di regie onorificenze, di cavalierati, di cariche, di stipendii concessi a quanti erano adepti e parenti; e quello che è più, sono stati questi medesimi Pelusiani, che in 12 tristissimi anni trascorsi, insino ad ieri ed oggi hanno tenuto carta bianca non solo nel proprio Comune, ma in gran parte del Distretto di Sala; sono stati questi gli arbitri delle cariche municipali di tutti i paesi contorni, essi gli autori de’ soprusi, e delle sopraffazioni che si volevano esercitare; patteggiavano impunità di reati, vendevano protezioni e favori. Anche gli adempimenti de’ più stretti doveri delle cariche che questi esercitavano doveano essere preceduti e seguiti dallo sborso di grosse somme. Un passaporto, per esempio, ad ogni ramaio che dovea recarsi all’estero per l’esercizio del suo mestiere costava la spesa da 50 a 100 ducati, e da sei mesi ad un anno di tempo, oltre ad essere assoggettati a continuate sottoscrizioni sotto varii e futili pretesti. Ed ottenuta poi la grazia del passaporto, restava poi a quei ramai l’obbligo, al rimpatrio, di recare al Capo-Urbano, ed al Cancelliere, oltre al regalo di uso in zucchero e caffè, un altro di valore in ombrelli e fazzoletti di seta, in orologi e catene d’oro, senza di che non avrebbero avuto più speranza di ulteriori passaporti. Per ogni matrimonio doveano anticiparsi dagli sposi, le cinque, le dieci piastre, al contrario, l’atto civile era differito per mesi ed anni. A capo di tutto questo mercato stavano in Sapri il Capo Urbano Vincenzo Peloso, nipote a quel gran zio, il Commissario Regio alla Dogana di Sapri, il Cancelliere Sostituto Comunale, il Cancelliere alla deputazione di salute, ed il Cancelliere Comunale Daniele Caldarano, altro nipote del famoso Peloso; in Napoli vi stavano come vi sono Salomone Peluso, e Moisè Peloso ambi impiegati ne’ reali ministeri, ed ambi nipoti al prete Vincenzo.

Il dì 29 luglio, era ancora in piedi la Guardia Urbana; mentre un giovane Vibonatese pacificamente passava per una delle strade di Sapri, gli si avventò contro un tale mastro Nicola Scaldaferri, e strappateli dal cappello i nastri tricolori, li calpesta, e volendolo poi afferrare di barba, si viene colle coltella alle mani, e tosto si frammette un terzo in quella colluttazione, e il Vibonatese ne va via con frattura ad un dito della mano. Dov’è la forza per impedire questi attentati? chi fa rapporto alle autorità per richiederne la punizione? Niuno. Poiché era tuttavia Vincenzo Peluso, quello che comandava e disponeva degli Urbani.

Ora sono pochi giorni che qui si è stabilita la Guardia Nazionale, tutta, interamente alla Pelusiana e di que’ medesimi individui di che componevasi la guardia-urbana, tranne gli uffiziali nelle onorande persone del sig. barone Gallotti, la Corte, Antuori, Eboli ed altri perseguitati ed attendibili politici del passato governo.

Qui delle cose politiche e Costituzionali si parla ancora a voce bassa; si legge un giornale ancora con riserva come nei tempi di Aiossa; se si riuniscono credono di vedersi i Pelosi e loro sgherri alle spalle, che gli intimano arresti.

Perché diceva io a Sapresi, non alzate alta la voce contro questi facinorosi ? perché non chiedete la punizione de’ loro misfatti ?

Noi non siamo certi, essi mi rispondevano, se l’attuale governo possa tenere per malfattori questi che godono tuttavia premii e favori delle loro infamie, e che tuttavia chiamano atti di fedeltà, e di attaccamento. E poi voi non avete visto come abbiamo visto noi, ed erano pure tempi costituzionali, dopo l’assassinio di Carducci, portarsi sulle braccia d’uomini in sedia per l’abitato quel Prete colle grida fragorose di Viva il Re, Viva Vincenzo Peluso, e poi affrontare qui il Tancredi spedito dal governo con truppa che col popolo festeggia il Peluso, e quindi come in trionfo condurlo in Napoli nella Regia. Voi non avete visto come vedemmo noi nel settembre 1852, nel viaggio del Re Ferdinando II, spedire qui apposita staffetta per chieder conto della salute di Vincenzo Peluso; non avete visto quel Re, il principe, attuale Re, con lo Stato Maggiore recarsi a cavallo alla casina del Peluso per visitarlo infermo, confortarlo con lusinghiere parole, stringergli la mano!!… e non avete visto come vedemmo noi in quell’occasione presentarsi uomini e donne a Ferdinando, confessandosi uccisori e parenti degli uccisori di Carducci, e chiedendo compensi, ed ai quali il re faceva conceder somme pubblicamente. In quella folla sentivi dire: Maestà, mio marito fu uno di quelli che uccisero il Carducci; Maestà, diceva un’altra, ed io sono figlia a quello che gli diede il colpo di grazia, ed io sono parente a quegli che gittollo dalla rupe, ed un altro porsi più innanzi, Maestà sono io Flaminio che vi recai la sciabola in Napoli, ed il re visto che quella commedia non finiva e la calca cresceva, voltosi ai suoi generali ridendo disse: per Dio qui tutti hanno ucciso Carducci. Intanto la Real munificenza non fece partire alcuno colle mani vuote a quanti se ne presentavano. E poi lo sa Iddio quali e quante persecuzioni ebbero a soffrire tutti coloro che volevano la punizione di quel massacro. Ora con tutto quello che vi abbiamo narrato, con tutto quello che voi stesso avete visto, che cosa volete che sia qui lo spirito pubblico? Non sono ancora i medesimi uomini che godono cariche e stipendii ? Possiamo noi credere mutato il governo sol perché vediamo i nastri tricolori ? e non vedi come tutti i Pelusi e Pelusiani se ne han fregiato il petto?

Io divido con voi i vostri dolori, i vostri rancori, o miei buoni Sapresi, uomini eccezionali di questa terra, ed allora perché non abbandonate questa patria esecrata, e non venite con me nella prossima Lucania, ove echeggia il grido popolare di viva Garibaldi, Viva Vittorio Emmanuele, ove si recano per le strade in processione i ritratti di quegli eroi preceduti da tamburi, e da musiche, e seguiti da fuochi di gioia. Si fuggite questa terra ove stanno gli uccisori del Carducci, e gli oltraggiatori del Nicotera.

Quanto ti scrivo è vera storia di fatti, che se poi vorrai cose di maggior precisione, ti manderò un cenno biografico del famoso prete Vincenzo Peloso, ti manderò i dettagli delle crudeltà e delle sevizie commesse, con i rapporti del Giudice Palieri fatti alle autorità sull’avvenimento.

(da Cronistoria documentata della rivoluzione in Basilicata del 1860 e delle cospirazioni che la precedettero di Michele Lacava – Napoli 1890)

Lo sbarco dei garibaldini in Calabria _____________ 18 Agosto 1860

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