Sbarco di Sapri

Era preparata e pronta la rivoluzione in Basilicata, e solo per insorgere si attendevano i capi militari, e lo sbarco di una schiera dì patrioti sulle coste del mar Tirreno.
L’idea di dare incentivo alla rivoluzione, con approdi di armati sulla costa di Sapri, era da lungo tempo nella mente di Mazzini (1).
Verso la fine del 1856, Mazzini si recò a Genova e convenne con Pisacane che la spedizione si sarebbe fatta nell’anno seguente.
E nel 1857 più volte si stabili il giorno in cui la spedizione di Sapri avrebbe dovuto effettuarsi: primieramente fu fissata dai 20 ai 22 aprile; e poi dai 25 ai 27 dello stesso mese; ai 25 di maggio; ed ai 10 giugno per approdare a Sapri il 13. Mazzini teneva molto che questa spedizione si fosse presto eseguita, sia per distruggere le mene murattiane che facevano capo a Marsiglia, e sia per coordinare questa spedizione ai moti che dovevano succedere in Genova (2), in Livorno (ndr.1), nell’Ungheria, in Francia, in Ispagna.
Il disegno di Pisacane consisteva nello sbarcare a Sapri, rivolgersi al Vallo di Teggiano, ed ivi accogliere gl’insorti del circondario di Lagonegro, del Vallo di Teggiano, e di quella parte della provincia di Basilicata contigua a questi luoghi; procedere verso Auletta, ove sarebbe stato raggiunto dal rimanente degli insorti della Basilicata; ed inoltrarsi fino ad Eboli, nel qual luogo si sarebbe unito coi Cilentani e cogli Avellinesi. Costituito un forte nerbo d’insorti, muovere alla volta di Napoli, e dar mano alla rivoluzione, in questa città preparata per opera del Comitato.
Il Comitato di Napoli se stimava pronte alla rivoluzione le provincie, e tra queste primissima la Basilicata, non riteneva però pronta la rivoluzione in Napoli, per mancanza di mezzi e di armi.
Ma Mazzini e Pisacane, odiando gl’indugi, si imposero.
Tutto fu disposto per lo sbarco in Sapri nel giorno 13 giugno, ed un gruppo di patrioti doveva imbarcarsi sul Cagliari, piroscafo della compagnia Rubattino, per riunirsi a Portofino con una banda armata che già li aveva preceduti di tre giorni; ma questa spedizione andò a monte quando si seppe che gl’imbarcati di Portofino, per violenta tempesta sopraggiunta la notte, erano stati costretti a gettare in mare armi e munizioni, e tornare indietro.
Il Comitato di Napoli erasi reso diligente di far tenere a Michele Magnone, che trovavasi carcerato in Salerno, una lettera nella quale gli si ingiungeva di far trovare una persona in Sapri, da servir di guida ai disbarcati; come erasi col Pisacane convenuto. Il Magnone adempì fedelmente all’opera sua.
Dalle prigioni avea avvertito suo nipote Ferdinando Vairo perché desse tutte le disposizioni per lo sbarco, uniformemente alle istruzioni ricevute. Il Vairo attese con diligenza a questo incarico; e spedì Paladino Antonio sopra Vibonati, paese posto a cavaliere della marina di Sapri, colla consegna che veduto lo sbarco si fosse subito portato a Montemurro ad avvisarne Giacinto Albini. Sul luogo dello sbarco poi erano stati mandati, colle necessarie istruzioni, Matteo Giordano e due altri patrioti. Tutto ciò fu opera perduta, non avendo sventuratamente avuto luogo la spedizione fissata pel giorno 10.
Carlo Pisacane, anima ardente, appena seppe di questo disastro, pensò che l’indugio avrebbe potuto fare a Napoli cattiva impressione, s’imbarca a Genova e giunge in Napoli il giorno 13.
Il Comitato di Napoli insistette per avere armi e munizioni che dovevano venire da Malta, ed essere provveduto inoltre di mezzi pecuniarii. La spedizione fu differita indeterminatamente, dovendosi dal Comitato aver prima le armi ed il denaro.
Pisacane partì da Napoli il 18 giugno, ed arriva fra il 20 e 21 a Genova, e quivi trovò che la rivoluzione non poteva più differirsi, e fu giocoforza precipitare le cose, in modo che il Comitato di Napoli ebbe solo pochi mezzi; ma non le armi, e né tempo sufficiente da avvertire le provincie, e da inviare in Basilicata, Rosiello e Pateras, che erano i capi destinati in quella Provincia per la rivoluzione (3).
La spedizione ebbe luogo dal porto di Genova il giorno 25 di giugno nelle ore 4p. m. sul vapore il Cagliari, diretto per la Sardegna comandato dal capitano Sitzia. Gli ardimentosi patrioti che componevano la spedizione, erano in tutto 25, compreso il capo Pisacane.
Sul Cagliari firmarono la seguente dichiarazione:
«Noi sottoscritti dichiariamo altamente che avendo tutti congiurato, sprezzando le calunnie del volgo, forti della giustizia della causa e della gagliardia del nostro animo, ci dichiariamo gli iniziatori della rivoluzione italiana. Se il paese non risponderà al nostro appello, sapremo morire da forti, seguendo la nobile falange dei martiri italiani. Trovi altra nazione al mondo, uomini che come noi, si immolano alla sua libertà, ed allora soltanto potrà paragonarsi all’Italia, benché fino ad oggi ancora schiava.
Dal Cagliari ad ore nove e mezzo di sera dei 25 giugno 1857.
Carlo Pisacane, Giovanni Nicotera , Giambattista Falcone, Luigi Barbieri, Gaetano Poggi, Achille Perrucci, Cesare Faridone, Felice Poggi, Giovanni Gagliani, Domenico Rolla, Cesare Cori, Federico Fuschini, Lodovico Negroni, Francesco Metuscé, Giovanni Sala. Lorenzo Gianoni, Filippo Facella, Giovanni Camillucci, Domenico Mazzoni, Pietro Rusconi».
Erasi fissato che Rosolino Pilo con alcune barche cariche di armi ed armati si fosse trovato nelle acque, ove dovea trascorrere il Cagliari; ma vuole fatalità, che una folta nebbia impedisse a Rosolino Pilo la vista del Cagliari.
Pisacane non si arresta, e con i suoi audaci compagni si rende padrone della nave; per altro il Capitano e l’equipaggio, senza resistenza alcuna, anzi di buona volontà, si associano a Pisacane.
Si abbandona la rotta per la Sardegna, e si rivolgono a Ponza; ove giungevano la sera del giorno 27, alle ore 4. Sbarcarono, ed accolti con festa dai relegati (ndr.2), s’impadronirono del corpo di guardia, uccidendo nel conflitto il tenente Cesare Balzamo che voleva difenderlo; ed ad essi uniti molti relegati si fecero consegnare dai veterani le armi e le munizioni di guerra, incendiarono la caserma dei gendarmi, ed il posto di guardia della polizia, ed affondono una nave scorridoia che trovavasi nel porto (4).
Compiuto brillantemente questo audacissimo colpo di mano, si imbarcarono sul Cagliari in numero di 457; così divisi: relegati evasi da Ponza 400 (5); equipaggio del Cagliari 32; patrioti congiunti 25. Furono divisi in tre compagnie, sotto il comando dei Capitani Nicola Giordano, Nicola Valletta e Federico Priorelli; Maggiore Giov. Battista Falcone; Colonnello Giovanni Nicotera, e Comandante in Capo Carlo Pisacane.
Giungono a Sapri alle ore 8 della sera del 28 giugno, sbarcarono la notte, e la mattina seguente alle ore 8 a.m. abbandonano Sapri e si rivolgono verso Torraca, ove giungono alle ore 10 a.m. con bandiera spiegata e tamburo battente, al grido «Viva la Repubblica» serbando militare disciplina e buon ordine di marcia. In quella piazza lesserò il seguente proclama, per spingere la gente del paese a prender parte alla rivolta.
«Cittadini — È tempo di porre un termine alla sfrenata tirannide di Ferdinando II. A voi basta volerlo.
L’odio contro di lui è universalmente inteso. L’esercito è con noi, la capitale aspetta dalle provincie il segnale della ribellione per troncare in un colpo solo la quistione. Per noi il governo di Ferdinando II ha cessato di esistere, ancora un passo ed avremo il tempo, facciamo massa e corriamo dove i fratelli ci aspettano; su dunque, chiunque è atto a portare le armi ci segua. Chi non è abbastanza forte per seguirci ci consegni le armi.
Noi abbiamo lasciati famiglie ed agi di vita per gittarci in una intrapresa, che sarà il segnale della rivoluzione, e voi ci guardate freddamente come la causa non fosse la vostra ! Vergogna a chi potendo combattere non si unisce a noi, infamia a quei vili che nascondono le armi piuttosto che consegnarle. Su dunque cittadini, cercate le armi nel paese e seguiteci.
La vittoria non sarà dubbia. Il vostro esempio sarà seguito dai paesi vicini, il nostro numero crescerà ogni giorno, ed in breve saremo un esercito. Viva l’Italia».
Dopo un’ora di fermata ripresero la marcia, che continuarono per altre 12 miglia, traversando sentieri alpestri in mezzo a dirupi, – giunsero alle 5 p.m. al Fortino, ove presero scarso ristoro di cibo, e vi passarono la notte.
Dal Fortino la mattina dei 31 si recarono a Casalnuovo. Presero la via di Padula, ed a marcia forzata vi giunsero alle ore 8 p. m. dello stesso giorno 30. Quivi Pisacane sperava trovare gli aiuti promessi, e che invano aveva trovato tra gente indifferente o nemica, salvo pochi patrioti. Ecco come si esprime il Venosta (6). « Ivi pure non amici, non segni di rivoluzione, ma un paese atterrito. E come la voce della vendetta gridava all’armi, gli uomini fuggivano spaventati o si nascondevano… A Padula Pisacane trovava i fratelli Santelmo, Romano ed altri, tutti cospiratori: parlava loro; facea conoscere l’urgenza di armarsi. Io ho mantenuto la mia parola, dicea; son qui; e voi che faceste? Promisero pel dimani gente, ma non si presentò nessuno.
Chi informò il governo borbonico dello sbarco di Sapri?
In prima vi fu un rinnegato liberale di Sala, che giorni prima dello sbarco di Sapri, rivelò ad Aiossa, Intendente allora della Provincia di Salerno, che uno sbarco di mazziniani doveva avvenire nelle coste della Provincia. Le dichiarazioni di questo delatore furono, è vero, vaghe ed indecise; ma sufficienti però ad un uomo scaltro come l’Aiossa, di metterlo in guardia per questo sbarco; e già egli avverte tutti i capurbani fedeli borbonici, di stare sull’attenti, e pronti a mobilizzarsi nei luoghi che il governo avrebbe indicati; avverte i sottointendenti dei tre circondarii ed i giudici regi. Ed in effetti senza queste preventive istruzioni, riesce inesplicabile la unione di 1000 guardie urbane in Padula, il mattino del 1° Luglio.
Il governo borbonico, o per meglio dire, la Corte borbonica, che allora trovavasi in Gaeta, fu avvertita dello sbarco di Ponza dal Parroco Vitiello di Ponza.
Il Vitiello ciò fece non tanto per spirito di delazione; quanto per sua personale salvezza. Questo parroco per ragioni del suo ufficio aveva ammonito un camorrista che menava vita disordinata. Il camorrista, profittando del tumulto avvenuto nell’isola, per lo sbarco di Pisacane, cercava di vendicarsi, e minacciava di uccidere il Vitiello; il quale per sua salvezza stette la notte nascosto in una grotta. Nella notte medesima trovò un barcaiuolo, che si prestò a portare sue lettere alla Corte di Re Ferdinando; e già la mattina del giorno seguente era a Gaeta noto lo sbarco di Pisacane, e della rotta che faceva; e conseguentemente col telegrafo avvertito l’Aiossa. Alcuni questo fatto l’attribuiscono non al parroco Vitiello; ma al Dottore Vincenzo De Leo. Il De Leo di Montalbano Ionico, trovavasi in Ponza per espiare la pena di 19 anni di relegazione, cui fu condannato dalla Corte criminale di Potenza, per la famosa causa politica del memorandum.
Il Di Leo era il solo imputato politico che trovavasi in Ponza.
Conferì col Pisacane; e fu lui che fece imbarcare il maggior numero di relegati sul Cagliari; e fece inoltre imbarcare armi, munizioni e viveri. Chi conosce l’integrità del carattere del De Leo; il suo severo patriottismo, la condotta splendida tenuta nella rivoluzione del 1860, e chi legge attentamente la sua autobiografia, riconosce l’impossibilità di tale fatto (7).
Non dubitiamo menomamente della lealtà del De Leo; e respingiamo l’accusa di delazione e tradimento, come han fatto, Giacomo Racioppi e Decio Albini. Solo noi possiamo al De Leo fare un’accusa di leggerezza; ed è quella di avere con imprudenza manifestato al parroco Vitiello il luogo dello sbarco, confidatogli da Pisacane, che se non disse proprio al De Leo la rada di Sapri, ebbe ad indicargli per lo meno le coste della provincia di Salerno.
Precisi ragguagli ebbe l’Aiossa dello sbarco di Sapri per dispacci telegrafici, trasmessi a Salerno per mezzo dello Scalandro, ufficio marittimo telegrafico di Sapri, prima che Pisacane avesse interrotta la linea di comunicazione.
In ultimo Gaetano Fischietti, allora Giudice del Circondario di Sapri, spediva in tutta fretta corrieri ai Sottointendenti di Sala e di Lagonegro, per avvertir loro dello sbarco di Pisacane, e della via di terraferma che esso batteva.
Così il governo borbonico è informato, dirò, ora per ora, minuto per minuto, dei movimenti che Pisacane faceva. Ed in tal modo si preparano contro del Pisacane le maggiori forze di repressione di cui il governo disponeva.
In effetti, quattro compagnie dell’11° battaglione cacciatori, sotto gli ordini del Maggiore Marulli s’imbarcarono sulle fregate a vapore, il Tancredi e l’Ettore Fieramosca, comandate dal retroammiraglio Roberti.
Le fregate partirono da Mola di Gaeta alle ore 8 a. m. del 29 giugno, toccando l’isola di Ventotene, S. Stefano, e presso l’isola di Capri, catturando il Cagliari, che rimorchiarono a Sapri.
Le fregate giunsero a Sapri all’alba del giorno 30. Altre due compagnie dello stesso 11° battaglione cacciatori, imbarcate col piroscafo il Veloce, e partito del pari da Mola Gaeta, giungevano a Sapri lo stesso giorno, verso le 5 p. m.
Da Salerno, verso le ore 10 del giorno 29, il Generale Quandel, comandante le armi della Provincia, di accordo coll’Intendente Aiossa, spediva contro Pisacane sei compagnie di soldati, sotto il comando del Tenente Colonnello Ghio. Prima del Ghio, era giunto in Sala la mattina dei 30 il maggiore De Liguori con 50 gerdarmi a cavallo, ed in fretta ed in furia col Sottointendente Calvosa, si era dato a raccogliere in Sala le guardie urbane dei paesi contermini.
Verso le ore 8 a. m. del giorno 1° luglio, numerosi drappelli misti di gendarmi e guardie urbane, nel numero di oltre 1000, da Sala mossero alla volta di Padula. Quivi giunti ritrovarono i patrioti, nel numero di 400, nella contrada denominata Murge del Piesco, da prima posti in forte posizione sulla collina S. Canione, e poi accampati sulla facciata così detta della Croce, in un luogo più vicino a Padula.
La forza borbonica occupò le posizioni abbandonate dai liberali. Durante qualche ora fuvvi scambio di fucilate fuori tiro; mentre i mazziniani erano intenti solo a difendersi, e i borbonici non osavano attaccarli. Non vi furono morti e feriti fino all’apparire del 7° battaglione cacciatori, che giunse alle 12 meridiane. Allora parte dei rivoltosi, vedendosi circondati da forze imponenti, si diedero a precipitosa fuga verso l’abitato di Padula, nel numero di circa 150, e gittate le armi si resero prigionieri, implorando per grazia la vita; ma non trovarono misericordia, sia nei primi furori, sia dopo essere stati assicurati nelle mani dei cacciatori. Raccolti quest’infelici nel posto della guardia urbana, venivano man mano trasportati altrove, ed uno appresso l’altro fucilati.
Pisacane, Nicotera e Falcone, con circa 140 persone fuggirono di mezzo alle forze borboniche, e si diressero verso i monti di Sansa, in cerca di migliore rifugio; e l’indomani 2 di luglio, i Sanzesi, nel vederli, suonarono le campane a stormo, e corsero tutti uomini e donne a mano armata di scure, pali, falci, forche, pietre, e scatenaronsi sugl’infelici profughi, che tutti si arresero, visto impossibile ogni resistenza.
Gittate le armi domandarono la vita, ma non trovarono pietà né sentimento alcuno umanitario, perché venivano derubati, spogliati ed uccisi, sia per avidità di bottino, e sia per naturale istinto di ferocia insito nell’animo dei Sanzesi. Così Pisacane, Falcone ed altri 70 incirca, vi lasciarono miseramente la vita; altri si salvarono, come prodigio, tra i quali Nicotera gravemente ferito al capo da un colpo di scura, e da un colpo di pistola ferito alla mano destra, ove rimasero i proiettili.
Scendendo a maggiore dettaglio, il capurbano Sabino Laviglia, all’avvicinarsi a Sanza degli avanzi della spedizione di Pisacane, li fece credere alle guardie urbane, ed a tutti del paese, che fossero una banda di briganti, ed invitava tutti a prendere le armi; ed egli, come fa l’assassino quando medita la grassazione, appiattato dietro un giardino murato, com’ebbe a tiro il Pisacane ed altri animosi, che innanzi procedevano, ordina il fuoco: caddero morti il Pisacane, il Falcone ed altri.
Nell’atto non diremo di questa zuffa, ma di questa carneficina, il parroco ed i preti di Sanza portarono in processione l’ostia sacrata, le statue di S.Antonio e di S. Sabino, per animare i Sanzesi all’eccidio dei liberali.
Non si è potuto mai determinare il numero dei morti in Padula e in Sanza: vi è chi lo limita 150, e vi è chi lo porta a 2008. Certamente buona parte degl’infelici seguaci di Pisacane restarono uccisi, ed altri si sbandarono, ed altri caddero nelle mani del potere giudiziario; e questi furon i più fortunati, perché sfuggirono alla inesorabile carneficina di Padula e Sanza.
Furono i cadaveri bruciati, non per onorare gli estinti, come solevano praticare i Romani, che sedata la pugna cremavano i morti per tributare loro le maggiori onoranze possibili; ma furono bruciati, giusto il volgare pregiudizio, per rendere ignominiosa la loro morte.
Frattanto il maggiore Marulli sbarcato a Sapri, avea fatto riposo a Torraca la mattina dei 30 giugno, e nella notte susseguente, ad ora inoltrata si era messo in marcia col suo battaglione verso Casalnuovo.
Non prese parte nel combattimento di Padula del 1° luglio, e né alle ferocie dei Sanzesi; e dispose di recarsi in Sanza una parte della sua truppa a prendervi i prigionieri caduti nelle loro mani; non vi si recò personalmente, ma vi si spedì il capitano Musitano, colla sua compagnia, che li condusse alla di lui presenza. Ed il Marulli indegno di portare una divisa militare, che anche in un governo tirannico, dev’essere simbolo di pietà e di onore; invece di commuoversi alla vista di quegl’infelici, digiuni, denudati, feriti, e palpitanti sui loro destini, li caricò di minacce e di contumelie, credendo in tal modo di accrescere i suoi meriti politici, presso il governo borbonico.
Il Barone Nicotera se ne dolse a nome dei suoi compagni, implorando quelle leggi di pietà e di onore, che fanno sacro il prigioniero, anche presso i popoli incivili. Gliene venne male; inquantoché quella mano del Marulli, che avrebbe dovuto arrecare soccorso alla sventura, si caricò di obbrobrio, dando uno schiaffo sulla guancia del Nicotera. Il Nicotera altamente offeso disse: «Signor Maggiore, scioglietemi dai legami che mi tengono avvinti, e fra noi due vedremo se vi farò commettere ulteriori soprusi»: Nicotera fu un eroe, ed il Marulli fu più vile di Maramaldo.
I prigionieri (9) trasportati a Salerno, furono sottoposti a processo colla condanna del Nicotera ed altri alla pena di morte, tramutata poi in ergastolo, e colla condanna degli altri a pene diverse.
Diamo maggiori dettagli. Il 18 novembre 1857 il procuratore Gerale Pacifico, richiedeva contro gl’imprigionati per lo sbarco di Sapri accusa di morte, dalla Camera di consiglio ad umanità approvata; e la Corte nel 19 Luglio dell’anno appresso sotto la presidenza di Domenico Dalia, e composta da Giudici Pietro Cicero, Riccardo De Conciliis, Francesco Corona, e Francesco Politi, dopo lunga discussione coraggiosamente tenuta dagl’imputati e dai difensori, massime da Diego Taiani, condannava a morte col terzo grado di pubblico esempio Giovanni Nicotera, Giovanni Gagliani, Giuseppe Santandrea, Nicola Giordano, Nicola Valletta, Luigi Lasala, Francesco Martino, e altri all’ergastolo.
A tutti venne commutata la pena in trent’anni di galera.
Così finì miseramente la spedizione di Sapri; e l’eroico Pisacane, che avrebbe reso alla patria grandi servigi nelle guerre del 59 e del 60, vi lasciava la vita.

(1) A vero dire, il primo a progettare uno sbarco sulle coste del Cilento, coi relegati che si trovavano nell’isola di Ponza, fu Giovanni Matina; e questo progetto fu poi caldeggiato dal Pisacane.

(2) Mazzini trovavasi in Genova, e contemporaneamente allo sbarco di Sapri doveva impadronirsi di Genova; ma la rivoluzione neppure in Genova riuscì: ed egli stesso fu fatto prigioniero, e solo per puro miracolo si salvò in Inghilterra.

(ndr.1) L’insurrezione di Genova fissata per la notte tra il 29 e 30 giugno 1857 aveva lo scopo di catturare la fregata “Carlo Alberto” da spedire a Napoli in aiuto a Pisacane. Tutto era stato organizzato in gran segreto e tutto era pronto, quando poco prima di mezzanotte un cospiratore, avvisò il generale Durando, e nello stesso tempo avvisò Mazzini che la sorpresa sarebbe stata impossibile. Mazzini diede subito il contrordine, per evitare uno scontro tra i repubblicani e i militari. Purtroppo il contrordine non raggiunse in tempo i mazziniani del Forte del Diamante, che iniziarono la sommossa. Al mattino i cospiratori si sbandarono: molti rivoluzionari furono arrestati e altri si rifugiarono all’estero. I processi che si tennero successivamente si conclusero con pesanti condanne, lo stesso Mazzini fu condannato a morte in contumacia. Condanna da cui fu amnistiato solo nel 1870.
L’insurrezione scoppiò anche a Livorno, ma durò poche ore. I soldati del granduca usciti dalla Fortezza Vecchia non ebbero difficoltà a riprendere il controllo della città. Sette giovani che avevano resistito fino all’ultimo, dopo essersi arresi, furono fucilati sul posto. Molti furono gli arresti. I processi si conclusero con condanne esemplari.

(3) Stabilitosi antecedentemente dal Comitato inviarsi in Basilicata, Rosiello e Pateras, come capi militari, la Sezione di Corleto fece tenere per mezzo di Albini a: Comitato di Napoli dei fogli di via o passaporti, come allora chiamanvasi, di due persone di Corleto, i cui connotati approssimativamente erano rassomiglianti a quelli del Rosiello e del Pateras, come si è detto a pag. 109. Questi passaporti servire dovevano a Pateras ed a Rosiello, per giungere in Montemurro e Corleto, senza fare ombra alcuna di sospetto alla polizia borbonica.

(ndr.2) I detenuti del carcere. Relegato: esiliato, proscritto, cacciato, bandito, espulso, scacciato.

(4) Maggiori ragguagli dello sbarco di Ponza si hanno nell’opuscolo del Dottore Vincenzo De Leo, intitolato: Un episodio sullo sbarco di Carlo Pisacane in Ponza; e per quel che riguarda l’approdo dei congiurati in Ponza, riportiamo il seguente squarcio dall’opuscolo suddetto: “Datosi dal piroscafo il segnale della riconoscenza, il Pilota, seguito dagli Uffiziali sanitarii, subito accorse, per dar come dicesi, la pratica, ed invece se l’ebbero giacché tratti, con astuzia e forza sul legno, vi furon tenuti; mentre tre o quattro degli arrivati, gettatisi in barchetta, si diressero verso il posto doganale, e, agl’impiegati che si mantenevano sulla banchina, spiegarono un foglio, di cui tra pel movimento incessante che ad arte imprimevano al guscio di noce su cui stavano, tra per nomi stranieri, geroglifici e ghirigori di che era ripieno quel foglio, mal potettero interpetrare il contenuto, che per altro bentosto fu lor chiaro, da che i parlamentari da pulcini divenuti falchi, volarono sulla banchina, imponendo loro di non fiatare, mentre altri dodici giovani audaci approdarono in altro punto, e sbucati nel largo presso la Gran Guardia, alle grida di “Viva l’Italia„ sparavano colpi di gioia.
Fu tanta la paura incussa da quel pugno di valorosi, che i due quartieri vicini, contenenti buon numero di soldati, eran tenuti chiusi da un solo degli sbarcati, il quale postatosi il fucile in atto di scaricarlo, guardando a dritta ed a manca, faceva da sentinella. Solo un tenente mise per poco il capo fuori di una terrazza, tantosto salutato da un proiettile, si rimpiattò imparando a non esporre mai più il capo a’ saluti infuocati di rivoltosi „.

(5) Il numero esatto degli sbarcati a Sapri varia nei diversi autori che hanno scritto di questa spedizione. Noi abbiamo seguito il Fischietti, che da lo stato nominativo dei seguaci di Pisacane, e che trova conferma in diversi documenti.

(6) Pisacane e compagni martiri a Sanza. Milano 1868.

(7) Il De Leo scrisse un opuscolo (autobiografia) in sua difesa nel 1822; e qualche giorno prima della rivoluzione del 1860 una lettera a Francesco Paolo Lavecchia, nella quale respinse la codarda calunnia. Questa lettera la riportiamo in appendice a capo.

(8) In una circolare che l’Intendente Aiossa inviava ai Giudici Regi, asseriva che dei seguaci di Pisacane 800 e più erano già prigionieri: al di là di 160 erano rimasti sul terreno, e che pochi superstiti si stavano con ogni premura ricercando.
In altro offizio, l’Aiossa si esprime che la ricognizione dei cadaveri dei rivoltosi, caduti in Padula ed in Santa, non fu possibile effettuarsi per essere stati immediatamente bruciati.

(9) I prigionieri fatti a Sala ascesero al n. di 103: percorsero a piedi la via fino alle carceri di Salerno; altri 78 prigionieri fatti a Sanza, furono imbarcati a Sapri sul vapore il Ruggiero, e sbarcati in Salerno; e fra questi il Nicotera.

Michele Lacava

Appello agli Italiani di Victor Hugo __________ La rivolta della Gancia

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